Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo

Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi. È una questione d’integrità professionale, almeno così come la vedo. Vogliamo forse che “per opportunità” si sostengano, con parole o con silenzio, cose diverse da quelle che si p ensan o vere, opportune, giuste? Dove andrebbe a finire la fiducia?

Gustavo Zagrebelsky interviene con un editoriale in prima pagina su Repubblica di oggi sulla trattativa Stato-mafia rispondendo a Scalfari e entra (finalmente, viene da dire, in questo momento così populista anche e soprattutto nello sfrenato anti populismo) su attività intellettuale e politica: Forse che l’attività intellettuale non deve anch’essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attività intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso – la cui esistenza è essenziale alla vita libera della pólis. Sarebbe una deviazione, se l’attività intellettuale non tenesse fede a questa sua caratteristica, anzi non ne facesse il suo vanto. Solo così, c’è la sua utilità, la sua funzione civile. Chi ragiona diversamente, che idea ha del rapporto politica-cultura?

La banalità politica sta in questa ostinazione nel credere che ci sia sempre un recondito motivo per cui venga presa una posizione. Come se, per una distorsione storica, sia impossibile credere che possa bastare per una decisione o una posizione (e ancora di più una contrapposizione) il bisogno di essere onesti con il proprio pensiero e il proprio sentire.

Leggevo i miei scritti politici (fa un po’ ridere di questi tempi chiamarli così) di questo ultimo anno e sono rimasto infastidito dalle innumerevoli volte in cui ho usato l’aggettivo intellettualmente onesto come una difesa compulsiva, un mantra nella descrizione del proprio modo.

E dopo avere letto Zagrebelsky oggi verrebbe voglia di ascoltare politici che abbiano l’ardire di dire: intellettuale e onesto. Come quei tempi in cui ci si credeva in tanti, con opinioni diverse, alla politica.

 

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