Arrivare a chi la pensa diversamente

Non riusciamo a far sì che il nostro discorso arrivi a chi la pensa diversamente, a suscitare dei dubbi, a far cambiare opinioni, e quindi comportamenti. Ed è anche chiaro che molti non ci provano nemmeno, soprattutto nella politica e nei media. La demagogia del 2000 prevede che si lisci il pelo al proprio pubblico, lo si compatti, gli si dica cosa vuole sentirsi dire, a volte anche in buona fede: e non si metta per niente in conto la necessità di parlare ad altri, di convincere altri, di guadagnare nuova attenzione alle proprie idee e ai propri progetti. Anzi, attitudini di questo genere sono vissute come pubblicitarie, promozionali, persino criticate: scrissi qualche anno fa dell’immagine negativa che circonda la pratica del proselitismo, assurdamente.

Luca Sofri rilancia un tema che discuto da tempo nelle assemblee, convegni e incontri a cui mi capita di partecipare in giro per l’Italia: il coraggio di essere “pop” nel senso più profumato del termine. Popolari perché si riesce ad alzare i temi senza alzare i toni, popolari perché ci si impegna a trasformare in oggetto di chiaccherata sotto casa o al mercato punti e obiettivi che per troppo tempo abbiamo lasciato ai lambiccamenti della politica, popolari perché accendere l’acquolina in bocca agli altri sui nostri impegni è il senso della politica, in fondo.

Una risposta a “Arrivare a chi la pensa diversamente”

  1. Mettere a tacere che la pensa diversamente. Cercare di modificare i punti di vista differenti dal proprio in modo da ottenere decisioni disumani è in questo che ci si imbatte quotidianamente. Resto del mio parere, ma rispetto la tua opinione in proposito. Con affetto. TVB

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