E se il teatro incassasse quanto il calcio?

Ormai sono anni che lo dico e lo scrivo: il teatro italiano non soffre di nessuna crisi di produttività ma sconta un generale disinteresse (e ignoranza, pure) da parte della politica. Per carità, la politica può permettersi di non muoversi anche perché di fronte ha un’opinione pubblica che s’indigna per il prezzo del caffè alla buvette del Parlamento e non coglie la cultura nel significato più largo: alfabetizzazione dei diritti, coltivazione della memoria, lavoratori coinvolti, indotto turistico e produttività.

Oggi su Pubblico (che ammetto mi piace ogni giorno di più) esce la notizia che il teatro italiano incassa quanto il calcio per presenze e Andrea Porcheddu puntualmente rileva la disattenzione generale:

Però, di fatto, il teatro esiste, e addirittura resiste. Per la crisi, si è registrata nel 2011 una naturale flessione ma, se pure l’offerta di spettacoli segna un -3,1%, gli ingressi hanno toccato i 22,3 milioni. Sono dati Siae per il 2011, e sembrano indicativi. Tanto per intenderci, il blasonato e sponsorizzato calcio ha avuto 22,6 milioni di ingressi.

Calcio e teatro hanno lo stesso pubblico: l’avreste mai detto? Hanno lo stesso spazio in tv e sui giornali?
E anche per quel che riguarda il settore va notato come la crisi abbia avuto effetti minimi: da un attento studio degli oltre 4 milioni di spettacoli censiti dalla Siae, si evidenzia che sono diminuite la spesa al botteghino (- 0,98%) e la spesa del pubblico (- 1,90%), ma è aumentato il volume d’affari (+2,08).

Dunque gli italiani non hanno rinunciato al teatro, al cinema, ai concerti, al ballo. Non hanno rinunciato alla cultura, portando – per quel che riguarda la prosa – almeno 185 milioni di euro al botteghino dei 17 teatri stabili pubblici e dei 14 privati, in un settore che vede più di 100 compagnie finanziate e oltre 100mila soggetti che producono atti- vità. Ma non solo: nel settore spettacolo dal vivo lavorano oltre 200mila persone (più quelli che studiano nei conservatori, nei dams, nelle accademie, che saranno gli artisti di domani), molte più che alla Fiat o Alitalia.

Purtroppo, però, di tutto questo mondo, i politici non si sono mai accorti. E, com’è noto, l’Italia – che esporta artisti, gruppi, spettacoli in tutto il mondo – finanzia con appena lo 0,1% del Pil la cultura, quando la media europea è almeno dell’1%.

2 Commenti

  1. Se, come avviene negli Stati Uniti, si potessero detrarre le spese e le donazioni per la cultura, forse il teatro potrebbe andare ancora meglio. Il problema è che ci sono figli e figliastri. Ci sono solo a Roma un numro di compagnie sovvenzionate pari al 60% di tutta l'Italia. Cambiamo metodo. Al posto di finanziare amici degli amici mettendoli a dirigere gli enti teatrali blasonati, diminuiamo pure la spesa per lo spettacolo, ma permettiamo agli spettatori di potersi detrarre le spese dei biglietti teatrali di spettacoli in regola con enpals ecc ecc. Otterremmo due risultati: primo, si darebbe un taglio ai finanziamenti "amicali"; secondo: sarebbe il pubblico che sceglierebbe lo spettacolo più gradito e non la politica. E' facile fare compagnia quando si hanno contributi a pioggia ( per pochi eletti rispetto alla massa di imprese teatrali non finanziate ) e potendo scegliere lo svago, forse il cittadino medio che poco o mai si avvicina al teatro avrebbe uno stimolo a scegliere per il tempo libero un divertimento che insegna (delectat et docet), invece di spendere fior fior di soldi (per quelli che se lo possono permettere) per vedere alla tivvì 22 miliardari in mutande che prendono a calci una sfera di cuoio piena d'aria……

  2. Se, come avviene negli Stati Uniti, si potessero detrarre le spese e le donazioni per la cultura, forse il teatro potrebbe andare ancora meglio. Il problema è che ci sono figli e figliastri. Ci sono solo a Roma un numro di compagnie sovvenzionate pari al 60% di tutta l’Italia. Cambiamo metodo. Al posto di finanziare amici degli amici mettendoli a dirigere gli enti teatrali blasonati, diminuiamo pure la spesa per lo spettacolo, ma permettiamo agli spettatori di potersi detrarre le spese dei biglietti teatrali di spettacoli in regola con enpals ecc ecc. Otterremmo due risultati: primo, si darebbe un taglio ai finanziamenti “amicali”; secondo: sarebbe il pubblico che sceglierebbe lo spettacolo più gradito e non la politica. E’ facile fare compagnia quando si hanno contributi a pioggia ( per pochi eletti rispetto alla massa di imprese teatrali non finanziate ) e potendo scegliere lo svago, forse il cittadino medio che poco o mai si avvicina al teatro avrebbe uno stimolo a scegliere per il tempo libero un divertimento che insegna (delectat et docet), invece di spendere fior fior di soldi (per quelli che se lo possono permettere) per vedere alla tivvì 22 miliardari in mutande che prendono a calci una sfera di cuoio piena d’aria……

Rispondi