LA STAMPA intervista Giulio Cavalli

Le cosche della ‘ndrangheta sono ben radicate in Lombardia. L’impegno di un attore che è arrivato al Pirellone
ILARIA LIBERATORE E MARCO PUELLI (MAGZINE)
Consigliere regionale per Sinistra ecologia e libertà e attore di teatro, Giulio Cavalli è impegnato da anni nella sensibilizzazione dei cittadini del Nord sul tema della criminalità organizzata. Affinché si sdogani questa idea che la Lombardia è immune dall’assalto delle mafie e si impari a riconoscerne i segni.

Ci voleva il teatro di Giulio Cavalli, il “teatro partigiano”, per raccontare e affrontare il problema della mafia a Milano?

Il vero problema della città è che sulla mafia si è passati dalla narcotizzazione della sua esistenza alla sua negazione assoluta. Ciò va imputato agli alti rappresentanti delle istituzioni del passato. Oggi prevale, invece, un sentimento di indignazione e si grida all’allarme. Ma, allo stato attuale dei fatti, bisogna fare un passo in più: serve una lettura collettiva del fenomeno che omogeneizzi la forbice tra chi fa attente analisi del problema e chi ancora lo tratta con toni romanzeschi. Questa è la funzione del teatro: creare una narrazione che sia credibile per il maggior numero di persone possibile. Gli intellettuali devono assumersi la responsabilità di farlo in prima persona. Certo, il teatro non risolve il problema mafia, ma se riesce a stimolare la curiosità sul tema, declinandolo nell’ordinario, si diventa tutti un po’ più vigili.

Per questo si è battuto per diversi progetti, compreso l’Expo No Crime?

Con Expo No Crime, progetto portato avanti anche grazie a Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd dal 2005, abbiamo voluto presentare un lavoro interconsiliare che tenga conto sia delle rappresentanze civiche, sia di quelle politiche regionali, provinciali e comunali per lavorare insieme su Expo. L’idea di base era confezionare una legge quadro antimafia, cosa che è avvenuta, anche se con risultati non del tutto soddisfacenti, perché in Consiglio regionale è stata oggetto di alcuni emendamenti. Abbiamo però ottenuto una legge regionale per l’educazione alla legalità (art.8 della legge regionale del 14 febbraio 2011, ndr).

A Milano, quale può essere un luogo simbolo della lotta al crimine organizzato?

Senza dubbio, lo stabile di via Montello 6. Era il fortino della Cosco, una famiglia calabrese molto rispettata nell’ambiente della criminalità organizzata milanese e che, con minacce e intimidazioni, lo aveva occupato. Lo sgombero, avvenuto lo scorso giugno, è stato un segnale molto importante. Gli ‘ndranghetisti della famiglia Cosco sono infatti gli assassini di Lea Garofalo, la testimone di giustizia rapita nel pieno centro di Milano e uccisa il 24 novembre 2009, la cui vicenda è uno degli esempi più evidenti di come i fatti di mafia al Sud siano sempre raccontati con loquacità, mentre ciò che avviene sul territorio milanese è sempre ridotto a liti famigliari. Questo perché non si vuole sentire odor di mafia.

Lei è uno dei pochi intellettuali del Nord Italia ad essere stato minacciato dalla mafia: cosa significa vivere sotto scorta a Milano?

Questa è una notizia falsa che continua ad esser utilizzata da chi mi osteggia per farmi diventare un fenomeno economicamente interessante. In Lombardia le minacce a pubblici amministratori e dirigenti del Comune e l’apertura di programmi di vigilanza sono all’ordine del giorno. Purtroppo le scorte che fanno più rumore sono quelle assegnate a una persona di teatro più che a un geometra. Mi chiedo se nei prossimi anni ci si domanderà perché è stata costruita un’aula bunker negli anni’80. Questa sì che è una realtà molto più interessante di un attore sotto scorta.

Qual è il suo rapporto con la città? Cosa le piace e cosa non le piace di Milano?

Molto buono, perché la cittadinanza di Milano ha sempre avuto delle reazioni migliori della propria classe dirigente. Comunque sia, la mia vicenda personale, teatrale e politica è sempre stata accolta a braccia aperte dalla città. Qui mi sento difeso. Mi sento protetto.

(Da La Stampa.it)

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