Gli schiavi cuciono i libri?

Bisognerebbe, secondo l’ultima lavoratrice, “cominciare a dire di no”. Ma nelle testimonianze raccolte sembra piuttosto prevalere il senso di frustrazione, l’avvilimento, la mancanza di “coraggio di denunciare” le condizioni di lavoro, in cui si trovano ad operare i precari del settore, e la paura di “esporsi individualmente” per il timore di non essere riconfermati. Precarietà che erode i diritti, che rende tutti più ricattabili, e disposti a sottostare alle richieste di sempre maggiore disponibilità avanzata da tanti committenti e datori di lavoro. In diverse testimonianze, sembra, purtroppo, prendere il sopravvento – come già emerso in altri studi e ricerche – una sorta di accettazione dello “stato di cose presente” (Ires Emilia-Romagna, 2010), ripiegando su soluzioni di tipo individuale, con il venire meno progressivamente del senso di appartenenza alla dimensione collettiva. Bisogni individuali di tutela che appaiono, dunque, difficilmente trasformabili in istanze collettive, anche perché sembra spesso mancare, in molte considerazioni degli intervistati, un tassello fondamentale affinché le singole domande possano essere rappresentate collettivamente: il passaggio, cioè, dalla delega – in questo caso alle organizzazioni sindacali – alla disponibilità “in prima persona” ad impegnarsi, mobilitarsi e partecipare attivamente per la difesa e l’estensione dei propri diritti. Ritengo che attualmente ci siano pochi strumenti di tutela per i giovani – e non solo – che fanno questo mestiere e vengono

L’IRES pubblica i risultati di un’inchiesta su editoria e precarietà e i risultati sono chiari in tutto il loro disagio sociale oltre che lavorativo. È che di solito lo schiavo lo immagini che cuce un pallone in un paese lontano mentre invece sta nel libro che vorrebbe insegnarti l’etica e la bellezza. Per dire.

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