I circoli

E’ una parola bellissima: i “circoli”. Perché dà tutto il senso del movimento che ci sta dentro e che dovrebbe venirne fuori. Quando immaginavo i circoli, prima di vederne così annacquato il senso, pensavo a quelle cose lì che stavano in circuito ristretto per poi portare il risultato della propria sintesi in un posto dove tutti le sintesi diventano un’altra sintesi con il rispetto di tutte le posizioni. Sembra banale, a leggerlo così scritto con le parole semplici semplici con cui me l’hanno spiegato e ho provato a scrivere qui. Eppure poi in pratica non funziona, non so se l’avete notato: non funziona proprio quasi mai. E così i circoli politici (dei partiti, dei movimenti o comunque si chiamino) rimangono i migliori cuscinetti dello sconforto, i circoli antimafia troppo spesso sono visti come nuova potenziale concorrenza sleale, i circoli umanitari vengono trattati come disturbatori con troppe bandiere di troppi diritti e i circoli culturali come disperazione elegante e poetica. Insomma sarebbe il tempo di organizzare i circoli sul serio o avere il coraggio di distruggerli una volta per tutte; riuscire magari a prendersi la responsabilità di organizzare la discussione uscendo dalle scorciatoie del “movimento liquido”, della “rete”, della burocrazia applicata addirittura allo scambio di idee o al ritornello dell’uno vale uno dove la direzione la indica chi urla più forte.

Circola negli ambienti dell’antimafia una battuta che è significativa: la criminalità è organizzata, noi no. E’ umorismo nero, satira tragica ma coglie  bene il senso: sclerotizziamo le differenze in correnti e lavoriamo “sotto” per provare ad imporre la più vicina a noi. Ci sarebbe da chiedersi se è normale, in un sinistro tempo di “larghe intese” non riuscire nel frattempo ad intendersi nemmeno tra noi, tra i più prossimi di noi o almeno tra gli aderenti alla stessa idea; dovremmo sapere dove sta il granello che ogni volta inceppa il meccanismo della risoluzione per accanirsi nella differenza che nessuno vuole sciogliere. Forse se cominceremo a salvare i circoli inizieremo a chiudere il cerchio.

Sarebbe ora che i circoli fosse gli avamposti piuttosto che le retrovie.

6 Commenti

  1. Samuele

    Temo che i circoli – o le sezioni, o i club, o i gruppi aperti o chiusi che siano – non possano esser altro che l’immagine di chi li frequenta, riportandone difetti, pregi, limiti ed idiosincrasie. Queste strutture non saranno in grado di far sintesi fin quando i loro frequentatori non saranno disposti a metter da parte un po’ di proprie certezze per incontrarsi a metà strada con l’altro; non saranno de-burocraticizzati fin quando certe logiche non usciranno dalla testa della maggioranza di chi li frequeta.
    Come per molti altri aspetti della vita, la struttura sociale può riprendere a funzionare solo se ciascuno è disposto innanzitutto a lavorare su sé stesso.

  2. C’è il circolo sel “noveaprile” a nardò che è un avamposto di buona politica riconosciuto da tutti peccato che abbiano deciso di commissariarlo per essersi rifiutato di obbedire ai dickat del provinciale. I circoli con le caratteristiche che descrivi li distruggono.

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