Il #femminicidio e la strada breve della sicurezza

Insomma alla fine hanno licenziato un decreto sicurezza (con annessi provvedimenti NO TAV e altre regalìe del genere) e per rivendercelo come un atto umanitario l’hanno chiamato ‘decreto femminicidio’: come se ci rubassero in casa chiamandola ‘perlustrazione di sicurezza’, una cosa del genere.

Ci sono momenti in cui la politica chiaramente perde. Perde quando si arrocca su se stessa, perde quando si gingilla in discussioni che non interessano a nessuno tranne che a quelli che discutono e perde rovinosamente ogni volta che semplifica, banalizza e spottizza (è un neologismo, lo so, non esiste, ma rende benissimo l’idea) un tema su cui si stanno spendendo le più belle menti e si sono accesi dibattiti finalmente spessi.

Già si è voluto trasformare un tema che (secondo i più stupidi) trattava “di femmine” in un tema (esagerando in idiozia) “da femmine” come si faceva alle elementari, ma questo decreto legge ha più di un punto di debolezza, come scrive Loredana Lipperini:

No, non mi piace. Parlo del decreto legge sul femminicidio così come è stato raccontato. Premetto che non ho avuto modo di studiarlo nei dettagli, e che la sensazione che ho è che la ex ministra Idem avesse un’idea molto diversa (altrimenti, perché convocare le associazioni che si battono contro la violenza, giusto qualche settimana prima di essere messa alla gogna e costretta a farsi da parte?).
Non mi piace perché è un decreto repressivo. E molte di noi hanno detto e ripetuto che nessuna repressione e nessun giro di vite porterà a risultati se non si insiste sulla prevenzione. Scuola. Formazione degli educatori. Libri di testo delle elementari. Educazione al genere, all’affettività, alla sessualità. Da subito. Di questo non si parla.
Non mi piace perché non si parla di centri antiviolenza, e tantomeno della loro moltiplicazione e finanziamento, da quanto è dato almeno capire. Non si  parla di centri di ascolto per uomini abusanti. Non si cerca di capire, formare e prevenire, ma si  pigia sul pedale della guerra fra i sessi, fornendo a chi ancora sputa la parola femminicidio come una caramella mal masticata ottimi argomenti per parlare di espediente securitario.
Non mi piace perché glissa sugli strumenti fondamentali: un osservatorio che monitori i femminicidi, dicendoci quanti sono e come avvengono. Fin qui, le indagini statistiche, come detto centinaia di volte, sono incomplete e generiche.
Non mi piace perché, come ha dichiarato Michela Murgia, la non revocabilità della querela “è una grande responsabilità che lo Stato si assume perché chi impedisce alla vittima di revocare la denuncia deve poter garantire che l’inasprimento degli abusi non ci sarà. O che se ci sarà, la donna verrà protetta. Lo dico perché nella stragrande maggioranza dei casi dal momento della querela le cose per chi ha subito violenze cominciano a peggiorare”. Non solo, aggiunge Michela, “io ho sempre creduto che una donna debba avere la libertà di decidere se vuole o meno denunciare. Per questo non sono molto d’accordo con la procedibilità d’ufficio che prevede anche che possa essere il pronto soccorso a inviare una segnalazione a polizia e carabinieri. Questo vale ancora di più oggi: se una donna, a un certo punto, non se la sente di continuare l’iter processuale, deve poter fare un passo indietro. Non è giusto trasferire questo diritto alle forze dell’ordine. È un’ulteriore sottrazione che si fa a chi di violenze già ne ha subite parecchie”.

2 Commenti

  1. il termine non è affatto ambiguo: femminicidio è l’uccisione, la vessazione, le violenze fisiche e psicologiche della donna proprio perché donna e proprio perché non è la donna che l’uomo o la società vorrebbe che fosse. Gli omicidi sono un altra cosa non si uccide un macellaio perché macellaio o un tassista perché tassista o un dentista perché dentista.

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