Non voglio imparare ad avere paura

Oggi a Roma c’era il caldo torrido. Il caldo torrido che entra di gran lena nella scena delle parole precostituite come fioreamore o pioggiatorrenziale o macabrascoperta. In realtà forse non era nemmeno torrido ma sono piuttosto abbastanza torrido io ogni volta che tiro la testa fuori dalla porta di casa con tutte queste notizie di morti ammazzati che mi dovrebbero ammazzare e alla fine non riesco nemmeno a farci il callo. Sarò pavido, o forse, semplicemente fatico a diventare abitudinario.

Ho percorso qualche metro, lo ammetto, qualche metro, dal confine della proprietà privata di me stesso e quel limite da cui poi devo consegnarmi alla protezione del mio stato. Roba da film russo, se ci pensate, scritto così. Ma a viverla non ha il sapore dello spionaggio, no, quanto piuttosto il peso dell’obbligo della lista della spesa: mi sento come uno di quei pensionati che ogni mercoledì esce con il foglietto scritto dalla moglie e non può fallire nemmeno un prodotto per sopravvivere, solo che c’è la mia vita, in fondo, nella mia lista della spesa, eh.

Ora vi racconto quanto gli spaventati cronici vedono l’epica nelle cose inutili. Almeno per togliersi di dosso il mito, che proprio mi è insopportabile per anarchia naturale, il mito. Oggi esco dal recinto naturale non bonificato e noto un’auto che avevo notato ieri, l’altro ieri, l’altro altro ieri e l’altro l’altro l’altro ieri: notare le auto parcheggiate fuori casa è una malattia. Una mania. Una stortura da perditempo con tanto tempo a disposizione per coltivare le storture. Lo scrivo senza poesia: avere paura ti trasforma in un maniaco dei particolari, in un ossessionato guardaspalle di te stesso e in un sospettoso cronico.

Rischio tutti i giorni di diventare una persona peggiore. Mi salvano i miei figli, i miei amori e l’obbligo di concimare l’orto dei miei sorrisi. Io non voglio imparare ad avere paura, non voglio convincermi che sia una convivenza forzata nella gioia e nel dolore, no. Non voglio nemmeno spendere centimetri di occhi per memorizzare i colori del parcheggio sotto casa. Voglio sorridere come questa sera in cui mi ripenso a centellinare le targhe come i brontoloni, quelli tutto il pomeriggio appesi alle reti dei cantieri. Sono vivo, smutandando il mito gonfiabile con incollata la mia faccia.

6 Commenti

  1. Ciao Giulio, ho letto poc’anzi di te in un reblog. Il tuo intento e la tua voglia di voler ‘solo guardare’ i colori nel parcheggio, rendono ammirevole la tua voglia di normalità in un paese dove la normalità non è più di casa. Dove pure l’illecito si muta nel colore del martirio.
    Tieni duro Giulio! Le auto nel parcheggio nessuno più le sposta, perchè a trovarne un altro dopo è tosta.

  2. non per consolarti ma guarda che tutti abbiamo paura tutti i giorni. Per tanti motivi, ognuno ha il suo. Tranquillo ragazzo…. nessuno di noi si abitua mai. Stamattina pensavo… ma come si sentono i pezzi di merda quando vanno a dormire? Non credo bene. Questo mi fa scegliere ogni giorno la direzione da prendere.

  3. Julian

    Sei un un uomo ” libero” , puo’ essere un paradosso ma e’ cosi..lo sei perche’ la tua scelta di lottare per dire la verita’ ti fa essere ,non un eroe , ma un uomo vero da rispettare e, anche, da amare ! Grazie x’ il tuo esempio mi fa ancora sperare in un futuro…migliore .

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