Portarsi la speranza da casa

Questa mattina leggevo il bel post di Leonardo Tondelli:

Sta per ricominciare la scuola, ho fatto un piccolo esame di coscienza. Tra le tante competenze che dovrei trasmettere ai miei studenti c’è la speranza. Io in questi anni l’ho un po’ snobbata, all’inizio pensavo addirittura che non fosse il caso. In fondo sono ragazzini, mi dicevo, le speranze dovrebbero portarsele da casa: speranze immense, impossibili da gestire, al punto che credevo che il ruolo dell’adulto fosse quello di smorzarle un po’. Ricordavo certi miei insegnanti, appesi a speranze un po’ datate, speravo di sembrare un po’ più sgamato: ma la verità è che non saprei semplicemente spiegare che senso ha il mio insegnare, il loro apprendere, nel Paese in cui sempre più controvoglia abitiamo. Non voglio dire che una speranza non ci sia – non mi alzerei da letto se non ne avessi – ma la mia è così personale, così legata alla mia individuale esistenza che da dentro risulta così complessa e contorta che mi ci perdo e mi annoio io per primo – insomma io sono un tizio che si diverte, spero che un po’ si capisca dalle cose che finiscono pubblicate qui.

Mi piace imparare le cose, insegnarle, impararle di nuovo, mi piace cercare di capire, e litigare, soprattutto con gli sconosciuti sull’internet. Tutto questo divertimento, che vergogna, mi compensa evidentemente del vivere in un Paese che va in malora. Ma questo vale solo per me, non è una cosa che si possa dividere o condividere. I ragazzini avrebbero bisogno di speranze un po’ più sode; forse anche voi che leggete ne avreste bisogno. In giro ci sono solo quattro deficienti che promettono che senza l’euro o senza l’ici o senza gli africani o senza i magistrati comunisti l’Italia tornerà la quinta potenza industriale. A me basta star qui e dire che non è vero. Ma appena uno mi risponde: cosa proponi? io che posso dire. Propongo di restare qui, e continuare a dirvi che non è vero, che state soltanto dicendo fregnacce; che è prevedibile che le diciate, considerato il momento storico politico ed economico; è prevedibile ma non vi scusa. Forse avevo bisogno di un Paese di mediocri più mediocri di me, e l’ho trovato. Forse. Forse l’Italia è il Paese che mi merito.

Portarsi la speranza da casa è stata l’abitudine dei nonni, l’ingrediente naturale della forza dei nostri genitori e la molla dei grandi che leggiamo prima di addormentarsi. Portarsi la speranza da casa è una frase che da sola dà l’identità di un tempo e di un Paese. E adesso se ne perde l’abitudine, di portarsi la speranza da casa, perché vorrebbero vendercela a fette e dirci che li dobbiamo anche ringraziare.

8 Commenti

  1. Giordana

    Ho compiuto in questi giorni 65 anni e mi spiace molto di non riuscire ad “invidiare” i nostri gioveni perchè non vedo buone prospettive e mi trovo spesso a riflettere che davvero si stava meglio quando si aveva meno e si sognava di più e le cose che si desideravano venivano davvero conquistate con fatica e merito (magari non sempre) ma il ricordo è positivo.

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