Bisogna strappare erbacce, potare, dissodare, estirpare radici velenose, arare. Bisogna lavorarla, la terra della politica.

Il problema è che, purtroppo, la politica è arrivata ai suoi minimi storici, come professione consigliata.
Nessuno la augurerebbe a suo figlio. Chi la pratica si crea un circolo di complici & sodali, per potersi distaccare dal mondo, dalla realtà, dalla società. Sono tanti piccoli clan, con lingua e tradizioni autoctone, spesso inquinati dall’endogamia.

Io, in un certo senso, li capisco: non puoi essere guardato storto anche quando vai al cinema, a mangiare una pizza, a prendere un caffè. Li capisco, ma vorrei metterli in guardia. Questo guardarsi in cagnesco fra eletti ed elettori, questa frattura che si fa sempre più radicale fra la “polis” e il politico, è un rischio grave per la democrazia. Anzi, ormai, è una malattia. Per guarirla non basta innestare, nel terreno infestato da robusti cespugli di gramigna, un paio di fragili pianticelle della “società civile”, col rischio che non attecchiscano e il secco le faccia morire.

Bisogna strappare erbacce, potare, dissodare, estirpare radici velenose, arare. Bisogna lavorarla, la terra della politica. Seminare qualcosa di vero, qualcosa di nuovo. Idee, linguaggio, principi, progetti. Tutto. Bisogna bonificare, e poi ricominciare da zero. Non sarà facile né breve, ma, alla fine, saremo “società civile” tutti. Gente della città, gente della polis. Rappresentati e rappresentanti.

Lidia Ravera qui: una testa prestata (per fortuna) alla politica.

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