La fragilità farmaceutica

Su Doppiozero Gianluca Solla scrive un articolo intelligente e pieno sul preoccupante approccio sempre più farmacologico riguardo i bambini e le loro diverse irrequietezze. C’è un confine sottilissimo tra un sistema sanitario che preservi l’umanizzazione del paziente e un freddo meccanismo di utenti, disposizioni e ricerca del farmaco per intervenire. Il mercato psichiatrico dei bambini in sostituzione di interventi didattici e sociali meriterebbe qualche chilo di attenzione in più.

L’“utente” dell’istituzione medica avrà anche diritto ai suoi diritti, ma per definizione non parla. Altri lo fanno al posto suo; in realtà anche questi ultimi a loro volta parlano una lingua standardizzata e preventivamente approvata: parlano una lingua in cui i significanti sono stati già fissati senza rischio di smentita. Una lingua in cui, in definitiva, nulla deve accadere. Dentro questo cerchio magico non sarà più questione di sintomi, ma sempre e solo di disturbi e di handicap. Sono pochi quelli che conservano a questo punto la capacità di accorgersi di cosa succede: questa trasformazione linguistica del “disagio” in “handicap”, questa cancellazione del sintomo in quanto sintomo, segnala un passaggio importante.

Un sintomo rappresenta una verità, l’apparire di qualcosa altrimenti nascosto: magari una verità che riguarda la famiglia o i genitori e che non ha trovato altro modo di emergere che attraverso il sintomo. Un handicap non ha ovviamente alcuna verità; l’unica verità è quella riconosciuta alle pratiche terapeutiche che intendono estirpare il male. Se il sintomo era ancora una parte del corpo che parlava, l’handicap è un disturbo con cui il paziente finisce per venir identificato in questa lingua diagnostica. Il passaggio espressivo da “l’enuresi è un handicap” a “è un handicappato a causa della sua enuresi” è da questo punto di vista esemplare: quella di handicappato è una condizione inventata da un’istituzione, laddove il sintomo è comunque uno stratagemma del soggetto per dire il suo disagio ad accettare il ruolo che gli è stato attribuito. La constatazione si trasforma in un’identità che cattura il soggetto: dentro la gabbia d’acciaio dell’“utente” il soggetto che vi è rinchiuso fatica a farsi sentire; fatica a trovare la via verso quella parola che è sua e di nessun altro.

Se in effetti emerge un conflitto tra la dimensione farmaceutica e quella linguistica, è forse perché, come gli antichi greci sapevano bene, la parola ambisce, sin dalla sua prima ora, a essere riconosciuta come farmaco. Quando la lingua torna a essere la parola che si fa in ciascuno per salti, invenzioni, balbettii – la parola fragile, fragile come la vita che la porta; la parola che deve essere cercata, presa in prestito, trasformata ogni volta da capo – allora riconosciamo in lei il suo potere di pharmakon. Rispetto alle parole sottratte ci viene incontro quanto diceva una poetessa di lingua tedesca, il fatto cioè che abbiamo bisogno di frasi vere. Mai come oggi questa frase sembra assumere a distanza di tempo un valore profetico che gli sviluppi della nostra epoca non hanno fatto che confermare.

La ristrettezza della neolingua psico-medico-terapeutica che non parla più con i pazienti, né è più capace di ascoltarli, perché sono per lei solo “utenti”, questa ristrettezza è spazio sottratto alle vite, spazio-di-vita per riguadagnare il quale a questo punto non basta più affidarsi al ritornello rassicurante della protezione della vita, ma occorre inventare un’altra narrazione di sé, che parta forse proprio dalla fragilità come luogo necessario e prezioso della nostra personale sperimentazione nel mondo.

Rispetto a questa gabbia in cui veniamo rinchiusi come soggetti sofferenti, ma trattati come “utenti”, l’allargamento della noseologia dei disturbi psichiatrici operata dalle successive edizioni dei DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, in italiano: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) lascia sconcertati. Per non fare che pochi esempi, nell’ultimo DSM vengono introdotte sindromi dalla definizione incerta e dai confini sfumati, che permettono tuttavia proprio per queste loro caratteristiche una più ampia applicazione casistica. Per esempio: la “sindrome di rischio psicotico” (corsivo mio); il “disturbo composito ansio-depressivo”; il “disturbo di ansietà sociale”… La timidezza, la tristezza a seguito di un lutto, le difficoltà scolastiche o esistenziali, diventano malattie che hanno il loro corrispettivo in altrettanti prodotti farmaceutici.

13 Commenti

  1. Leggo molti interventi che confermano le mie convinzioni e cioè che c’è molta confusione sui disturbi evolutivi. Innanzi tutto premetto che, purtroppo, come in ogni campo della medicina c’è chi non fa seriamente il proprio mestiere e se ne approfitta: da qui disturbi psicologici che non esistono, approcci fantasiosi sui vari disturbi, dai DSA, ADHD fino a situazioni più complesse gestite in modo da fare accapponare la pelle. Ma non è certo responsabilità del DSM ma della serietà dei professionisti. Purtroppo i ciarlatani e venditori di fumo nell’ambito neuropsichiatrico ce ne sono è inutile nasconderselo. Un consiglio: affidarsi sempre o al Servizio Sanitario Nazionale, poiché tutti i professionisti vengono assunti quanto meno con dei titoli e risultano tutti iscritti ai rispettivi albi professionali e ci si può rivolgere agli URP delle A.O in caso di comportamenti scorretti, o a professionisti rintracciabili sugli albi professionali. Detto questo l’argomento è molto complesso, le normative vigenti sono a volte pasticciate e non sono frutto di un progetto sui minori e spesso sono dei tamponamenti per ovviare ai tagli sulla spesa scolastica (vedi BES). Lo stesso vale per la scuola: le leggi attuali sui programmi didattici nella scuola primaria di primo grado, sono lontani anni luce da quello che è l’evoluzione neuropsicologica fisiologica del bambino e alimentano i disturbi scolastici e questo in parte giustifica l’aumento delle diagnosi. Dico in parte perchè la realtà come sempre è più articolata. Giulio Cavalli raccolgo il tuo invito e cercherò di spedirti le mie riflessioni, che sono frutto di esperienza quotidiana di lavoro, in trincea, sul territorio dove opero, anche se non è semplice parlare di una materia così complessa ed articolata come la Neuropsichiatria Infantile.

  2. Non sono per niente d’accordo con questo articolo, lavoro da anni in una Neuropsichiatria Infantile e assicuro che alla diagnosi si arriva con serietà e talvolta ci vogliono mesi se non anni per definire il problema, proprio per non stigmatizzare i bambini. Il DSM, con tutti i suoi limiti, è un sistema di classificazione non il sacra sanctorum della psichiatria che è oggi una delle pochissime discipline mediche che fa ancora clinica e che lavora molto basandosi sul rapporto con il paziente e il suo contesto. Ricordo inoltre che gli strumenti diagnostici sono stabiliti dalle consensus conference e sono frutto di anni di lavoro, sperimentazione e analisi dei risultati da parte dei ricercatori.

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