L’abbandono della Fiat visto dalla Germania

In Germania scrivono della Fiat che abbandona l’Italia e ne scrivono così. Tanti per dire il titolo dell’articolo è “La fiat abbandona l’Italia, ma questo non interessa quasi a nessuno”:

La fiat abbandona l’Italia, ma questo non interessa quasi a nessuno. Cosa succederebbe invece negli Stati Uniti se la General Eletric trasferisse la sua Sede in Olanda, o come reagirebbe la Gran Bretagna se Vodafone traslocasse a Zurigo, si chiede il piccolo giornale di intellettuali della destra „Il Foglio“. L’approccio pragmatico degli anglosassoni condurrebbe a meditare su ciò che manca al loro Paese e quale fascino verso l’estero abbia subito un Gruppo cosí grande, fino ad abbandonarlo. In un tale Paese, senz’altro verrebbe subito promulagata una legge con il fine di trattenere Gruppi economici in Patria, affinché desistano dal delocalizzare. La decisione della FIAT rappresenta „uno schiaffo dell’economia globale all’interpretazione italiana della modernità“, recita il piccolo quotidiano, che viene finanziato tra l’altro anche da Silvio Berlusconi, che in economia politica non ha mai avuto la sufficienza.

Il dibattito politico italiano ritorna subito ad occuparsi delle faccende minuscole, di cui si compone la politica a Roma. La FIAT inoltre aveva precedentemente intrapreso molto per tranquillizare gli italiani. Il giorno prima della comunicazione ufficiale circa la decisione di trasferire la sede legale del Gruppo, dopo la fusione con la Chrysler, in Olanda e la sede amministrativa in Gran Bretagna, il presidente della FIAT, John Elkann, insieme al suo amministratore delegato Sergio Marchionne, hanno reso visita al Presidente del Consiglio dei Ministri, per aggiornarlo in termini informali dei futuri sviluppi. Elkann, l’erede degli Agnelli, si é fatto intervistare dal gazzettino di corte, e con toni tranquillizanti ha garantito personalmente: “Il mio ufficio rimarrà a Torino” . È infatti previsto di riattivare quelle fabbriche giá smantellate in Italia, e che Torino rimarrá la centrale europea. Il governo comunque non si muove.

I sindacati si lamentano come sempre della cassa integrazione a zero ore, ripetutamente applicata nelle quattro fabbriche della FIAT attualmente operanti in Italia; rammentano inoltre a Marchionne le sue promesse di effettuare investimenti, espresse nel lontano 2010 ma rimandate a causa della crisi economica e del comportamento non cooperativo da parte dei sindacati. Gli appelli al governo ricalcano schemi degli anni settanta e ottanta, e si limitano a richiedere che la FIAT venga convocata ad una tavola rotonda. Il governo presieduto da Enrico Letta non si è finora mosso. Inconsueto però è stato il commento minaccioso del Direttore delle Entrate e della Riscossione, Attilio Befera, che annunciava di verificare attentamente tale operazione di trasferimento della Sede legale in Olanda e fiscale in Gran Bretagna. E questo potrebbe significare grossi problemi per il Gruppo. Infatti, come in altri diversi casi analoghi, verrebbe richiesto alla FIAT di tassare l’intera plusvalenza accumulata nella vecchia Sede di Torino, al momento del trasferimento, comprese le licenze che si sono formate nel tempo grazie a ricerca e sviluppo italiani e che ora vengono sfruttate all’estero per la costruzione e la vendita dei marchi e dei modelli creati in Italia.

Un capitano d’industria di lungo corso, dirigente di imprese con migliaia di lavoratori, è invece dell’opinione che finalmente si avvera il vecchio sogno degli Agnelli: scappare da Torino! Grazie alla fusione di FIAT con la Chrysler, e quindi il trasloco all’estero, si é reso possibile l’abbandono di questo sistema economico italiano, vecchio ed incrostato, giá ripugnato dall’ ”Avvocato” Giovanni Agnelli. Che non si alzino proteste in Italia non sorprende nessuno: “la gente giá é al corrente del perché la FIAT si é cosí decisa” . Essa ha investito miliardi nelle fabbriche sul territorio italiano ed ancora si sente ancorata a questa terra. “peró attualmente tutti quanti voglio scappare” – é il giudizio del direttore di punta italiano. “L’Italia é mummificata, ostile all’imprenditoria; le imprese vengono terrorizzate in tante maniere, é tutto molto difficile, ed al di fuori dell’azienda praticamente non funziona niente” La conclusione dunque è annientante: “ Il sistema italia é cosí dispendioso, che ogni impresa é in perdita ancora prima di iniziare a lavorare “ Simili giudizi si sentono spesso negli ambienti economici. Ma quasi nessuno ha il coraggio di esprimere la propria opinione di fronte allle telecamere, indicando il nome e la propria funzione. È inoltre impressionante come l’opinione pubblica abbia trattato il capo della FIAT e Chrysler durante gli ultimi anni. Esso ha ripetutamente e apertamente evidenziato la carenza di competitivitá e un ambiente ostile all’imprenditoria in Italia. Marchionne è invece sempre stato considerato un orco cattivo, fino a che non ha iniziato a comportarsi, negli ultimi mesi, in modo compito e diplomatico, stile che appunto viene meglio apprezzato in Italia

L’occupazione nel territorio viene ridotta

Per diversi imprenditori e direttori di alto livello non era stato necessario osservare il destino orribile di Marchionne al fine di orientarsi adeguatamente. Le decisioni sugli investimenti all’estero vengono infatti prese cautamente e in tutto silenzio. Numerose imprese evitano di indicare nei loro bilanci ufficiali ovvero nei prospetti pubblici lo sviluppo dell’occupazione nelle loro unitá all’estero. Uno studio di questo quotidiano evidenzia invece che da anni le imprese più importanti, quotate in borsa, si orientano verso l’estero e tendenzialmente riducono l’occupazione nelle loro aziende sul territorio italiano. Proprio la FIAT ha mantenuto costante la sua forza lavoro in Italia, sulla carta, poirché i lavoratori in cassa integrazione vengono annoverati ufficialmente tra gli occupati.Pur nel breve periodo tra il 2008 e il 2012 si registra un incremento dell’occupazione all’estero e una sua diminuzione sul territorio italiano, in capo a numerose imprese. Ciò riguarda persino i gruppi industriali controllati dallo Stato, come eni e enel. Anche gruppi privati di comprovato successo come Luxottica e Pirelli hanno diminuito l’organico italiano ed assunto migliaia di lavoratori all’estero. Delle 35 imprese industriali quotate nell’indice standard FTSE mib e nell’indice della media impresa FTSE mid cap, 14 hanno ridotto il personale in Italia, solo sei hanno incrementato il loro organico. All’estero, il numero dei dipendenti di 25 imprese é cresciuto. Nel totale, l’occupazione all’estero dell’imprenditoria italiana é aumentata di 80.000 unitá. Complessivamente, la quota di occupazione all’estero é aumentata per 28 delle 35 imprese industriali. Tale quota ammontava nel 2012, per 10 di queste imprese, a più dell’80 per cento, per ulteriori undici imprese al 60 per cento. Nello stesso periodo, tra il 2008 e il 2012, in Germania i bilanci consolidati della Volkswagen, compresa Porsche, evidenziano un aumento dell’organico di 50 mila unitá, seppur anche un aumento della quota dei dipendenti all’estero dal 50,2 al 55,6 per cento. La Siemens ha complessivamente ridotto il personale dipendente e la quota degli occupati all’estero é diminuita dal 68 al 67 per cento.

“Non vengono trasferiti direttamente posti di lavoro all’estero”

La questione se un aumento dell’occupazione all’estero sia da valutare positivamente o in termini negativi ha mobilitato l’opinione pubblica italiana negli anni passati, quando numerosi piccoli imprenditori hanno delocalizzato le loro attivitá in Romania. Da allora, gli imprenditori italiani distinguono tra “emigrazione” e la piú apprezzata “internazionalizzazione” . In seguito all’apertura di ben cinque fabbriche, tutte all’estero, in due anni il produttore di freni Brembo ha marcato una poderosa crescita nei mercati internazionali. Il presidente del Gruppo, Alberto Bombassei, rileva principalmente la necessitá di servire la clientela dove essa si trova, producendo appunto in loco, cioè in Cina, negli Stati Uniti, in Polonia o nella Repubblica Ceca. Anche per esso, paladino degli investimenti all’estero, la situazione é ben delineata: non é possibile mantenere competitivitá in un mercato internazionale se la produzione avviene solo in Italia. “Non vengono trasferiti direttamente posti di lavoro all’estero”, giudica Bombassei, ed aggiunge che anche la FIAT ha trasferito la produzione della piccola “panda” dalla Polonia a Napoli. Che purtroppo l’occupazione diminuisca in Italia ma aumenti all’estero, viene ammesso anche da Bombassei. “La questione é rappresentata dalla difficile congiuntura nel mercato domestico e la carenza di competitivitá che dura da 30 anni”. “Determinante non é solo il numero di dipendenti, bensí anche la loro qualifica professionale e la loro retribuzione” dichiara Gianfelice Rocca, Presidente della Confindustria lombarda e patron del Gruppo tecnologico Techint. La globalizzazione può essere interpretata come l’impiego di manodopera poco qualificata all’estero, mentre ricerca, sviluppo e pianificazione aziendale rimangono in Italia, secondo l’opinione di Rocca. L’Italia peró non sembra abbastanza flessibile da mantenere in carico lavoratori poco qualificati il piú a lungo possibile, ma neppure sa sfruttare le opportunitá della ripartizione dell’occupazione piú e meno qualificata, all’interno di un Gruppo, in un contesto globalizzato.  In riferimento alla FIAT, la questione piú importante, piuttosto che il trasferimento di sede amministrativa o legale, è dove in futuro le autovetture verranno progettate: a Torino ovvero a Detroit.

Tali argomentazioni sembrano essere troppo complesse per il dibattito che attualmente avviene nell’opinione pubblica italiana. Qui i sindacati e i lavoratori attualmente combattono contro la chiusura di una delle quattro fabbriche del Gruppo svedese Electrolux e contro la riduzione dei salari. Contemporaneamente il Presidente della Confindustria mette in guardia di fronte al pericolo che senza una modifica di rotta, in Italia si allargherà la desertificazione industriale. Ma tali rituali senza alcun esito si ripetono da tempo in Italia.

[Articolo originale "Fiat geht weg – und keinen interessiert’s” di Tobias Piller] 

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15 Commenti

  1. mery

    figurarsi farsi dare ciò che lo stato ha dato,voglio vedere chi lo farebbe poi quei soldi chissà che fine farebbero,sarebbe stato meglio difendere i nostri prodotti i lavoratori,dare alle imprese sane e dei governi che avessero delle politiche di sostegno al lavoro alla ricerca .

  2. Che la burocrazia tanto quanto il costo -tasse- schiacci le imprese in Italia credo sia risaputo e su questo tutti concordino -la mia preoccupazione è però per le medio piccole, che fanno fatica ad accedere al credito o semplicemente a partire. E sono quelle che creano un vero movimento nel mercato del lavoro, permettendo di fare esperienza cambiare scegliere… – Ma quello che non comprendo è che ci si scandalizzi per la Fiat. Quella che per anni ha attinto alle casse Inps -perchè da lì venivano i fondi per la cassa integrazione- o ad aiuti statali, che non ha spinto i propri rami in attivo (ricambi pompe idrauliche…tanti semi sconosciuti, dove sono finiti?). Non credo nel ricatto morale del marchio “italiano” -è una presa sulla gente troppo facile- né nel mercato dell’automobile -in un mondo che è preoccupato finalmente dell’impatto ambientale- spinto all’eccesso da incentivazioni -pagate alla fine dai cittadini- invece di innovazione di qualità (Fiat che non ha mai brillato per affidabilità tecnica)… Ora ti chiedo, sono io che non capisco nulla -ed è possibile perché da un po’ non ne seguo l’evoluzione- o potrebbe essere naturale la reazione “restituisci ciò che questo stato ti ha dato e poi vai dove vuoi”?

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