te lo giuro… credimi, ma sul bene che voglio al cane

Umile, discreta. Capace di risolvere i problemi burocratici con precisione e dedizione. E soprattutto senza fare troppe domande. Ma anche capace di farsi ascoltare, quando le cose non le tornano. Ecco il ritratto della segretaria ideale. Anche per un boss della ’ndrangheta, come Pino Pensabene, erede della «locale» di Desio, finito in cella insieme ad altre 39 persone, dopo il blitz della Mobile di Milano, in seguito all’inchiesta dell’AntimafiaIl capo sa riconoscere il valore delle persone. È il caso di Mariagrazia Leone, che entra nel clan come semplice «amministrativa» e assume nel tempo il peso di una collaboratrice fidata. A conoscenza di tutti i segreti. Perché la famiglia che ha lasciato il fucile a canne mozze per la finanza non ha bisogno solo di imprenditori e soci all’estero, ma anche di buoni impiegati, come «Mary».

«La Leone ha dato un contributo importante al conseguimento dei fini del programma criminale dell’associazione mafiosa, aiutandola nella gestione delle singole operazioni illecite, nei contatti con i funzionari degli uffici postali e nella gestione, irregolare, della contabilità delle società di copertura, con l’emissione di fatture fittizie per le operazioni di riciclaggio. Tutto ciò nella piena consapevolezza della esistenza dell’associazione mafiosa, e nel preciso intento di aiutarla a conseguire i suoi obbiettivi illeciti». Così scrivono nell’ordinanza i giudici di Milano. Praticamente, un curriculum esemplare per qualunque azienda. Solo che si tratta di mafia. E «Mary» lo sa, tanto che il papà Umberto figura da prestanome in una serie di aziende, delle quali tutto ignora. Perché a gestirle sono il boss, Pino Pensabene e il suo braccio destro.

Gli esordi da apprendista
Mary, al debutto, nel 2011, si occupava solo di gestire la contabilità delle aziende intestate dal padre come prestanome: la Coimpre, la Ludovica e la Simpa Srl. Era il padre a dirle di presentarsi dal notaio come «impiegata della Ludovica». Lei eseguiva senza «alcuna reazione». Affidabile. Fa quello che deve e non fiata. Anche se sa che le aziende non sono del padre, ma del boss. Quando Mary telefona al padre per riferire l’incontro col notaio, Umberto non sa rispondere e le passa Pino Pensabene. E lei riferisce puntualmente. A lei passa, dunque l’onere di parlare col boss. Leone delega «alla figlia i contatti con un notaio e con un commercialista idonei ad attivare alcune società di copertura, e le modifiche societarie sulle ditte utilizzate per i fini associativi, ovvero per riciclare il denaro e accumulare immobili».

La promozione sul campo
A questo punto, la fiducia è conquistata. Dai semplici contatti telefonici, Mary diventa l’interfaccia di prestanomi ed esperti nella creazione di società estere per il riciclaggio, come «l’avvocato» Emanuele Sangiovanni. Che vede costantemente. Il boss, peraltro, arriva ad assumerla direttamente in una società di servizi controllata dal clan, come amministrativa. Lavoro regolare, stipendio e tredicesima. Insomma, scrivono i giudici, Mary «è un punto di riferimento per tutti coloro che, muovendosi sul territorio, si occupano materialmente della creazione delle società». Al punto che tutti i segreti dell’organizzazione passano per le sue mani. A spiegarlo bene è un’intercettazione. Una telefonata fra Mary l’impiegata e Pino il boss. «Praticamente no?…tu non so se l’hai capito tutto il lavoro che faccio qua ..», dice Pino. E Mary: «Eh..sì, è il riciclo di denaro liquido per guadagnarci la percentuale tu… Giusto?». Pino: «Brava…». Mary: «Perché magari Giuseppe (Vinciguerra) ci guadagna una percentuale sui soldi che però gli hai dato tu per girarli». Pino: «Sì sì…». Mary: «Siccome lui ti aiuta a girarli, ci mette la sua percentuale…». Pino: «Bravissima…».

La minaccia del capo
Ma il boss non vuole che l’impiegata spieghi a nessuno il meccanismo degli affari del clan. «Mary…vedi che se parli con qualcuno…», minaccia Pensabene. E l’impiegata rassicura il datore di lavoro: «Ma tu io.. te lo giuro… credimi, ma sul bene che voglio al cane, che potesse morire stasera adesso, io neanche con mio papà parlo ….te lo posso assicurare». E la conversazione continua, con tono confidenziale.

La richiesta dei soldi
L’azienda nella quale la Leone lavora, però, non dura a lungo. Finito il suo ruolo nel sistema di riciclaggio deve chiudere. E con essa spariscono stipendi e posti di lavoro. Fra cui quello dell’impiegata modello. Che per alcuni mesi manda avanti tutto, anche senza lavoro da fare, pagando gli stipendi di persona alle altre impiegate. Quando finalmente parla col boss, Mary assume il tono della rivendicazione sindacale. E chiede i suoi stipendi. Pino: «Va be’… però potevi pure chiedere (la società, l’attività, ndr) o no?». Mary: «Ma pensavo che era scontato, se no non si poteva finire di lavorare… Anche perché se no non potevo fare…». Pino: «E glielo dicevi… vedi Peppe che io sto anticipando i soldi per fare le buste paga…». Mary: «Gliel’ho detto… Peppe lo sa. I soldi li ho messi di tasca mia. Mi fa: non ti preoccupare… c’erano testimoni… le ragazze davanti». Pino: «E quindi adesso diventa un problema mio però no?». Mary: «No, no!… Ti ho chiesto se lo potevi sentire l’altro giorno. Perché magari lo vedevi». Pino: «Va bene… va bo’, dai. Adesso lo sento e gli dico di mandarti… Quant’è il tuo stipendio … 1.200?… Adesso gli dico di mandarti il tuo stipendio… dai, va bene?». E Mary: «No, in verità c’ho anche la tredicesima…» Pino: «C’è anche la tredicesima…». E l’impiegata: «Più … e certo!… più i soldi del coso del… Ma anche le ragazze hanno bisogno, tutti … è?». Allora il boss taglia corto: «Quanto hai bi… ma le ragazze non è un problema tuo, è un problema di Peppe o no?». Allora l’impiegata senza stipendio abbassa le pretese: «Va be’… 2.900 sono in tutto…». E il boss: «2.900 sono i tuoi quindi?». E la Leone conferma: «Sì…».

Guido Bandera

(clic)

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