Provare una produzione sociale per un libro e uno spettacolo

Insomma alla fine sono quasi quindici anni che faccio il mio lavoro, che è il lavoro migliore che potesse capitarmi: raccontare storie. Certo poi alla fine le storie che racconti le paghi e non le cicatrizzi come dovresti, ne soffri le conseguenze e ne acquisisci i benefici, succede così a tutti, in ogni lavoro possibile ma in questi quindici anni alla fine ho imparato che nonostante gli sforzi (più o meno riusciti) di tenere libere le parole ogni libro ed ogni spettacolo sono il risultato del percorso di condivisione. Niente di troppo filosofico, eh: ragionarci insieme, litigarsi una scena o un capitolo, aspettare un cenno di approvazione o banalmente applaudire.  Poi pubblicare o andare in scena sono semplicemente la fase ultima, l’emersione di uno spigolo di tutto il resto.
Fare cultura in questo tempo è un lavoro terribilmente politico, inutile fingere, soprattutto se raccontando storie si decide di dichiarare la propria posizione. Fa politica ciò che dici, come lo scrivi, il pubblico a cui decidi di rivolgerti,  la storia che scegli e l’editore e il produttore.
Ho consegnato da poco il mio romanzo che uscirà prossimamente e ora c’è la stagione da programmare: saranno due nuovi spettacoli e uno dei due è uno spettacolo (e un romanzo) su Marcello Dell’Utri. Si intitolerà l’amico degli eroi e vuole essere un lavoro diverso da l’innocenza di Giulio nell’uso più cattivo della fantasia. Ne scriverò. Però stasera pensavo che un progetto così ha bisogno di una produzione politica, un editore del libro e un produttore dello spettacolo che siano un segno e un’indipendenza chiara e per questo mi è balenata l’idea di una “produzione sociale”, crowdfunding semplificherebbe qualcuno, che sia partecipazione nella presa di posizione. Ci sto pensando. Voi che ne dite?

15 Commenti

  1. In generale (pur lavorando nel settore culturale, che di finanziamenti massicci avrebbe un grande bisogno) sono contraria al crowdfunding e ad altre forme di partecipazione analoga, se non in misura marginale. Lo so, la partecipazione dal basso è la moda del momento, ma penso due cose: 1) le istituzioni hanno il compito di garantire professionalità, imparzialità, sostegno alla cultura e a progetti di ampio respiro: cercare di sostituirsi a questa funzione mi sembra sbagliato e anche poco realistico; 2) i finanziamenti pubblici ai teatri, contrariamente a quanto sostiene Antonio, servono proprio a non finanziare solo quello che ha successo nell’immediato (che si sostiene benissimo da solo), ma a sostenere chi sperimenta e potrebbe essere in grado di realizzare qualcosa di valore, anche se magari sul momento non viene compreso. Metà del catalogo Einaudi, per esempio, è stato disastroso dal punto di vista delle vendite, ma quella parte oggi costituisce proprio la parte più preziosa del catalogo; ecco perché sappiamo che Einaudi era un grande editore: perché sapeva operare scelte lungimiranti, che sono rimaste nella storia della cultura italiana. Farsi finanziare dal basso significa smettere di essere liberi e cominciare a preoccuparsi del successo prima ancora di aver prodotto un’opera di valore.
    Credo che il pubblico generico (sempre più “tuttologo”, purtroppo) debba recuperare la capacità di imparare: non si va a teatro per vedere ciò che conosciamo già, ma per acquisire strumenti nuovi; in questo senso, è il teatrante che educa il pubblico, e non il contrario.

    1. In alcune cose concordo con te ma ti posso assicurare che (nella mia modesta esperienza personale) il “finanziatore” qualunque esso sia condiziona il processo narrativo. Nel bene e nel male. Una “produzione dal basso” (che è vero che è diventata una moda ed è di base rassicurante) lascia un carico di libertà e di responsabilità maggiore.

  2. carla verdecchia

    “Alcuni vedono le cose come sono e si chiedono Perché?
    Io le vedo come potrebbero essere e mi chiedo Perché no?” (G. B Shaw).
    Io ci sono.

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