Chi può ne parli: Michele Albanese

di Roberto Rossi /// Due agenti di scorta e un’auto blindata per ogni spostamento. Questo significa, concretamente,  avere una tutela di terzo livello, la disposizione di sicurezza personale che da ieri sera è stata assegnata a Michele Albanese, giornalista, corrispondente da Polistena per il “Quotidiano del Sud”. Stava seguendo l’omicidio di ‘ndrangheta avvenuto a Sinopoli, ieri, quando è stato convocato in Questura a Reggio: un’intercettazione ambientale dice che il giornalista è a rischio. Michele è stato minacciato di morte tante volte, in più modi. Telefonate, biglietti, lettere un’intrusione a casa; anni fa gli venne recapitata una foto che ritraeva sua moglie e la primogenita.

Difficile dire quali articoli hanno dato fastidio, ora come allora: le sue inchieste sul Porto di Gioia Tauro, dalle quali emerge quanto e quale sia il livello di inquinamento mafioso delle attività economiche dell’hub transhipment più grande del Mediterraneo; gli sviluppi sulle faide tra famiglie del calibro dei Piromalli e dei Molè, i rapporti che questi clan hanno intessuto per decenni con la politica locale e nazionale; e poi i Pesce e i Bellocco di Rosarno, dove l’intreccio tra schiavitù e mafia alimenta da anni una tensione sempre pronta ad esplodere violentemente; gli articoli sui rifiuti pericolosi, quelli sul clan Alvaro in Aspromonte. Recentemente, è stato lui il primo a dare la notizia dell’inchino di Oppido Mamertina, un fatto che ha riportato per qualche giorno la Calabria nel primo sfoglio di tutti i giornali. E Michele, memoria storica della Piana, come sempre in questi casi, ha fatto da sherpa per tutti i blasonati colleghi piovuti per qualche ora a raccontare i vizi di una civiltà abbandonata a se stessa, consegnata al volere di pochi.

Al telefono, oggi, Michele, marito e padre, è di poche parole. Non si parla di lavoro – continuare o meno a scrivere di ‘ndrangheta – non ha senso nemmeno accennare a discorsi del genere; il pensiero è per il dramma vissuto dai familiari. Ancora una volta, un’intera famiglia, non solo il giornalista, sente il gelo di quella condizione di accerchiati vissuta da chi sfida la ‘ndrangheta nei piccoli centri della Calabria: «Sanno chi sei, che lavoro fai –raccontava alcuni anni fa – conoscono i tuoi spostamenti e quelli dei tuoi cari. Li incontri al bar la mattina, o quando scendi per andare a comprare il giornale». Fu lui, il giorno in cui l’abbiamo conosciuto, a spiegarci il significato del termine ‘mpamu, infame, raccontandoci di quella volta che fu sua figlia a chiederne il significato perché un compagno delle elementari le aveva negato il saluto essendo lei figlia di ‘mpamu.

Il condizionamento dell’informazione in Italia è a livelli altissimi, basta fare dare un’occhiata al sito di Ossigeno per l’informazione per rendersi conto dei numeri e della qualità delle minacce subite dai giornalisti con cadenza ormai quasi quotidiana. Il problema è enorme considerando il valore della posta in gioco, il diritto all’informazione di ogni cittadino, il senso stesso della democrazia. Michele Albanese vive con convinzione questi valori, consapevole com’è che il binomio mafia e libertà sia quanto di più antitetico possa esistere. La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile, Michele ha fatto un quadro di questa celebre citazione di Corrado Alvaro.

Sta sulla scrivania, appena sotto il monitor del suo computer.

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