Io me lo ricordo bene. Una mia storia.

Me lo ricordo talmente bene che potrei mettermi con una matita a disegnare tutti i dettagli se solo sapessi disegnare. Dico il giorno che avevo avuto la sensazione di avere il dovere di farcela. Ero giovanissimo egocentrico ma con il dosaggio contenibile dei ragazzi e mi ero detto che sarebbe stato bellissimo raccontare storie di professione, scritte e orali come all’esame di maturità, sul palco o sul foglio immaginando già che sarei finito a rovesciare fogli sul palco e palchi sul mio foglio. Il luogo davvero non era un granché originale visto che stavamo in fondo al corso dove tutti i ragazzini della città si strisciavano sperando di impigliarsi in qualche femmina: Corso Roma, come tutti i corsi Roma di tutte le città che mi è capitato di girare in Italia, tutti i corsi Roma come se tutte le città fossero finite ad essere qualcos’altro tentando di essere Roma. Io mi ricordo bene il sapore di quella speranza lì, che era una sfida certo ma aveva anche il corrimano delle possibilità, che insomma nessuno mi diceva che non fosse fattibile ma piuttosto che non fosse fattibile da lì,  in quel posto, da uno come me. Quindi impossibile non per me ma per quelli come me che erano tutti i lodigiani che al sabato di tardo pomeriggio sfilano per impigliarsi in Corso Roma e poi dopo la domenica è già lunedì e si frequenta il liceo dei figli della città bene, quelli che di lavoro faranno i figli dei propri genitori, almeno che non siano proprio scemi o diventino tossici.
Mi ero seduto al tavolino del bar di capolinea al corso, verso la periferia nella direzione che si allontana dalla piazza e c’era quel caldo alcolico che diventa sudore il primo secondo dopo il primo sorso di spritz. Eravamo io e Marco, anzi, io e Marco e chi ci aveva presentati perché pensava che ci dovessimo parlare io e Marco perché Marco veniva da Venezia (che fa sempre molto teatro per tutti i lodigiani del mondo), aveva studiato teatro (a Venezia, eh, per di più) e voleva mettere in piedi una compagnia teatrale proprio lì, proprio a Lodi, proprio in fondo alla coda sul culo di Corso Roma. Non ci eravamo nemmeno salutati con un garbo particolare, niente di più del rispetto per la presentatrice condivisa che stava seduta come se dovesse accadere la Creazione universale un’altra volta. Lo spritz era talmente mediocre, caldo e guarnito con una fragola troppo matura e sdraiata tutta molliccia, che mentre mi sorbivo l’introduzione che introduce tutte le presentazioni conto terzi mi ero ritrovato a pensare che sarebbe fallito in qualsiasi altro quartiere della città quel bar con quegli spritz caldi e il cadavere di fragola. Parlammo di tutto ciò che potesse essere potabile come prologo, di tutte quelle cose lì che ci prepariamo tutti come breve biografia pronta all’uso, solo con l’aggiunta di qualche momento di enfasi che ci era concesso a noi che volevamo fare gli attori, del resto.
Poi ricordo perfettamente, alcuni mesi dopo, quando io e Marco ci eravamo vestiti meno sbracati del solito ma con il solito tocco di enfasi, fermi nell’anticamera dell’ufficio dell’assessore alla cultura che era anche il vicesindaco di Lodi, era una donna, una donna in gamba che a ripensarci oggi è stata con noi più mamma che vicesindaco, Paola Tramezzani si chiamava, e quell’antisala ci sembrava una stanza ducale, o forse almeno a me perché Marco da Venezia era già più avvezzo agli stucchi, lui. Mi ricordo l’espressione che teneva, il vicesindaco, mentre noi le comunicavamo di essere già una compagnia teatrale bell’e finita, mancava solo che se ne accorgessero gli altri, lei per prima.
Ecco, io ho ancora nelle narici e sotto i polpastrelli quella nostra ambizione lì, così visionaria ma riconosciuta come un diritto da esercitare, quella voglia di prenderci il nostro posto nel mondo, mica il mondo, così ingenui e autentici ma con la sensazione che fosse possibile.
Oggi, non so se lo penso solo io, oggi manca questo senso di possibilità, che è diverso dalla speranza nuda e cruda e che innesca la meglio gioventù: quella che riforma, evolve e coglie la bellezza dell’affermazione. E ci rende un paese abitabile, denso.

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