Da quando essere buoni è passato di moda

gentilezza_bTra le trasformazioni spaventose di questi ultimi anni c’è questa devozione (nemmeno poi tanto più nascosta) per i cattivi. La cattiveria è diventata sinonimo di coraggio, ingrediente fondamentale del buon condottiero e nel mentre l’esser buoni è stato assorbito come cessione alla debolezza. In pochi ci hanno fatto caso, tra analisti ed editorialisti, che oggi in Italia essere buoni significa essere colpevoli, molli, disinteressati, apatici, non all’altezza e alla fine una virtù ormai è considerata (più o meno consapevolmente) un vizio. Sto preparando in questi giorni una raccolta di pensieri e scritti per analizzare esattamente quando e per cosa la bontà qui da noi abbia cominciato a degradarsi e anche la gentilezza sia diventata (per molti) una flemma dannosa. Se avete qualche idea in proposito potete scrivermela qui sotto o al mio indirizzo mail qui.

Intanto, da parte mia, continuo sempre di più ad innamorarmi dei buoni e dei secondi.

 

74 commenti su “Da quando essere buoni è passato di moda”

  1. Giulio non ti conosco ma da quando ti leggo mi sento sempre più in sintonia col tuo pensiero.
    Sono una signora …. diversamente giovane di 72 anni e questa drammatica evoluzione è passata sotto i miei occhi quotidianamente quando insegnavo. I bambini erano sempre più ingestibili ma il peggio lo esprimevano certi genitori che si insultavano ancor prima di parlarsi!
    L’esempio era trascinante.

  2. Alla bontà non ci si crede più. Si diffida, si vede più l’ipocrisia. Per non parlare della gentilezza…la diplomazia viene scambiata per calcolo, mentre è l’essere schietti, “onesti” (anche se spesso significa pregiudizievoli) a passare per trasparente. Ti do ragione, ahimè…

  3. Di getto avrei risposto che è stato l’avvento del berlusconismo a rendere vergognosa la gentilezza e l’amore per i secondi. L’arroganza del potere, che Renzi incarna oggi alla perfezione, di cui la nostra storia è piena di esempi. E neppure la pesante influenza della Chiesa ci ha insegnato ad amare i deboli, l’unico vero insegnamento positivo che avrebbe potuto apportare.

  4. Negli ultimi 20 anni la furbizia è diventata l’unica virtù ammessa in Italia, se sei troppo buono sei fesso. Questa una delle frasi più sentite. Per non parlare dell’altra: “è troppo onesto” frase di commento per chi si trova ai margini, non ha possibilità di vincere una competizione elettorale.

    1. i buonisti non sono cinici, in caso sono l’opposto. Il vero buonista è buonista solo su internet, degli altri non gliene frega una se… Se vede qualcuno per strada che sta per morire non si ferma, gli fa una foto e su internet pubblica: “Vedete come gli italiani se ne fregano di chi soffre”? Il vero buonista é quello

  5. Il cinismo.
    Piu’ che la cattiveria va bene il cinismo…
    Sono una persona sensibile quindi a volte posso sembrare buona ma sono un mix come tutti…il cinismo pero’ non fa parte di me.
    Quando ero piccola spesso mi dicevano che ero cattiva…era un modo per ribellarmi perche’ non venivo compresa…ma il cinismo e’ ben altra cosa.
    E’ la capacita’ di non essere buoni e neppure cattivi…e’ una totale indifferenza verso l’umano…
    Tendenzialmente lo sono i ricchi…
    Ora anche i poveri hanno questo brutto vizietto.
    Buongiorno

  6. Io credo che sia necessario rifondare il linguaggio, negli ultimi anni, forse perché l’ignoranza è aumentata insieme alla presunzione,ho l’impressione che moltissime parole abbiano cambiato senso e valore e che vengano usate in modo sbagliato, a volte, con l’intenzione di far passare fra la gente contenuti ingannevoli

  7. La bontà, a parte come già detto, comporta una capacità di empatia come riconoscimento di bisogni desideri e sofferenze nell’Altro, vuol dire anche avere disposizioni verso la costruzione di rapporti sociali che si basano sulla fiducia di un aiuto reciproco nelle difficoltà e spesso con tratti gratuiti e non finalizzati ad ottenere oggetti che soddisfano, ma è in se già una soddisfazione. La bontà è il sentimento di partecipazione ai piaceri e alle sofferenze come fossero vitali anche per il proprio benessere…è la sensazione del legame alla vita contro la morte.

  8. Ciao Giulio, leggo spesso i tuoi pensieri “scritti” ma questo sulla bontà mi tocca sul vivo e non posso non rispondere. La bontà è educazione. È provare a vestire la vita chi si ha di fronte e capire ciò che ci circonda, senza invidia e senza rabbia.
    Non è di moda, perché? Io una risposta alla tua domanda l’ho trovata. Ma me la tengo per me, in questa società rischierei di passare per stolto!
    In ogni caso…bravo! Perché ci fai pensare.

    1. Jasna mi dispiace per i tuoi figli che ne avranno patito ma sicuramente adesso sono inseriti meglio di quelli che li prendevano in giro, ho avuto modo di vedere che fine hanno fatto anche alcuni bulletti che prendevano in giro le mie figlie perché non erano di qua, be sono rimasti allo stesso livello anche da grandi mentre quelli “sfigati” hanno aperto le ali e volano alto

  9. “I soliti buonisti” è la frase più odiosa dopo “e tu quanti ne ospiti?”
    Anzi, forse viene prima perché la parola “buonista” trasforma una caratteristica positiva in qualcosa di negativo.
    Questo neologismo è il più esemplificativo della crisi di valori che la società moderna sta vivendo e, soprattutto, della decadenza dell’ideale di bontà, seppellito ormai da un cinismo sfrenato.
    Una persona buonista, nel linguaggio comune, è una persona che si occupa troppo degli altri; in particolare, degli altri che non appartengono al “nostro gruppo”.
    “Ti preoccupi tanto dei clandestini che sbarcano sulle nostre coste ma non ti preoccupi degli italiani che perdono il lavoro. Sei solo un buonista.” dicono, di solito, come se la condizione umana fosse quantificabile in questi termini; come se ci fosse una sofferenza che bisogna considerare perché ci appartiene e una sofferenza che bisogna ignorare perché a provarla sono persone nate sotto un altro sole.
    Per il suo tentativo di andare oltre il limitato orizzonte dell’interesse personale, il buonista viene inconsciamente additato come una potenziale minaccia, poiché spezza quel meccanismo che porta le persone a rintanarsi dietro la propria avidità quando le cose vanno male.
    “Non ti accorgi il tuo buonismo ci sta facendo invadere”, continuano, come se i profughi vestiti di stracci e delle percosse subite dagli scafisti fossero un esercito pericoloso venuto a combattere e non, invece, un gruppo di esiliati che dalla guerra sta scappando.
    Se essere buonista significa non lasciare indietro la propria umanità nei momenti di crisi, ma trovare nell’altro il proprio supporto, sono fiero di essere un buonista.

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