Eco secondo Bartezzaghi

umbertoeco

«Torna in mente, a questo punto, una serata passata ad Almese, in Val di Susa, dove aveva accettato di ricevere un premio, per omaggiare con affetto sincero la memoria del bravo giornalista culturale della Stampa e di Tuttolibri a cui era intitolato, Giorgio Calcagno. Esaurita la cerimonia ci fu una cena «placée» in un ristorante, allietata dalla musica di una giovane arpista che suonava in mezzo ai tavoli. La cena durò come un medio matrimonio e subito dopo il dessert lo sentii dire, all’altro capo della sala, «ora vado a bermi un whisky con Bartezzaghi». Io ero seduto a un tavolo di notabili locali, vicino all’uscita: Eco passò, reggendo borse che si indovinavano pesanti, e mi rapì dicendo a voce neppure troppo bassa: «Se non andiamo in fretta mi regalano altri libri». In una borsa trasportava preziosissimi acquisti che gli avevano recapitato lì certi librai antiquari torinesi amici suoi; in un’altra aveva alcuni esemplari dell’unica forma di editoria che attualmente non è in crisi: i libri dell’Assessore (volumi illustrati di grande peso e formato, commissionati dagli enti locali a proposito di glorie e tesori del territorio, regalati sistematicamente e con forse involontaria crudeltà a ogni personalità in visita). All’uscita del ristorante scoprii che per l’occasione disponeva di un autista: un signore suo coetaneo, molto loquace e spiritoso, che era stato comandante dei vigili urbani e che era stato incaricato, in mattinata, di andare a prendere il professore a casa. Durante il tragitto avevano molto familiarizzato, con barzellette, aneddoti, confidenze sulle famiglie e sugli acciacchi, forse anche canti: così Eco lo aveva eletto a proprio custode. L’unico bar aperto era sullo stradone che collega Almese al resto della valle, una specie di stazione di servizio, con tabaccheria, tavola calda, pompe di benzina. Trovammo un tavolino sulla terrazza esterna, in mezzo ai clienti notturni, fra i quali conviveva pacificamente una popolazione autoctona di anziani dialettofoni giocatori di carte e/o commentatori «di base» di eventi sportivi e giovani variopinti e vario-tatuati, tutti già un po’ alticci. Il dehors sopraelevato del bar dava sulla strada, su cui rombavano auto, camion e moto. Eco patteggiò le consumazioni, ottenendo le quantità e proporzioni di bevande e ghiaccio da lui preferite. Da quel momento fu a perfetto suo agio per un paio d’ore: non era mai stato là e non conosceva nessun altro, a parte me e, da poco, il comandante in pensione (strabiliato dalla familiarità stabilita con una persona di tanto rilievo), eppure era come se fosse nel suo locale preferito di Milano o Bologna.»

Vale la pena leggere il bel pezzo di Bartezzaghi su Eco e il suo prossimo.

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