La “questione morale” solo per uso personale

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La paura fondamentalmente ci rende soli. E cattivi. Soli e cattivi come possono essere soli e cattivi tutti quelli che temono di non avere abbastanza energie per difendersi e allora cominciano a ridurre il recinto degli affetti: il potere dei prepotenti ama gli uomini isolati perché incapaci di organizzarsi. È una stagione confusa, con il freddo della superficialità, il ruvido della sicumera e questo misto di giovani rampanti e vecchi cacicchi che nessuno ci avrebbe scommesso di vederli andare così d’amore e così d’accordo.

La questione morale non è politica: la questione morale è sociale, culturale. Si riflette nell’arroganza con cui dirigenti per eredità perculano i giovani a cui dovrebbero insegnare: direttori, responsabili, parlamentari e capi che si tengono stretti alle poltrone, con le mani di rughe e fallimenti condonati, sperando di durare il più a lungo possibile. La questione morale è (anche) in una classe dirigente che s’atteggia a maestro di vita ma non ha nemmeno lo spessore di insegnare un mestiere.

All’intestino dell’indignazione basta un arresto al giorno per masticare fino a sera. La questione morale è (anche) usare i pesci piccoli come vibratori per attaccare quelli che stanno in alto: e così finisce che la sindaca di Quarto, il sindaco di Lodi o il direttore della piccola emittente televisiva bastano per raggiungere l’orgasmo e fa niente la disuguaglianza, la corruzione sistemica, i diritti negati, i bisogni inascoltati, la finanza senza etica. Qui da noi la politica è una partita tra coglioni che si sfidano cercando di fare meno autogol possibili. E si esulta come se fosse calcio champagne.

(il mio #buongiorno per Left continua qui)


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