Per fare l’albero ci vuole un fiore. Con il referendum la riforma.

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Ma dai, ma davvero? Quando l’ho visto ammetto di avere pensato ad uno scherzo e non tanto per il messaggio in sé (arrivano sms di qualsiasi tipo da qualsiasi azienda, non scandalizziamoci per così poco) ma soprattutto per la forma. Perché le parole contano. Le parole sono importanti e, come diceva spesso una delle mie direttrici preferite, chi scrive male pensa male. Non c’è che dire.

Così quando ho letto il messaggio che il Partito Democratico ha inviato a molti italiani (a proposito: costa poco, un’interrogazione scritta, per sapere in base a quale iscrizione e con quali autorizzazioni) mi sono soffermato sulla prosa. Soffermato, inchiodato. Gelato forse. Sì Meglio.

«Per fare la riforma ci vuole il referendum, per fare il referendum la tua firma conta. Se non l’hai ancora fatto, puoi andare nel tuo comune e firmare il modulo blu del comitato Basta un sì. Lorenzo Guerini.»

Secondo Lorenzo Guerini (o chi per lui, e se si tratta di un ghost writer mio dio licenziatelo in fretta) dalla nostra firma dipende la riforma Boschi. Altro che democrazia diretta; qui di direttissimo c’è un messaggio che arriva come una spada di Damocle. Già si immaginano le scenette famigliari: “amore scappo in comune perché sto facendo saltare la riforma costituzionale!”, oppure un “mi scusi per il ritardo ma avevo un fine settimana al mare in famiglia e non pensavo di rallentare le riforme”. E fa niente se in fondo il referendum si farà comunque al di là delle firme raccolte (che come scrive Guerini “contano” nel senso che sono un euro l’una per ogni voto poi preso come ricco montepremi elettorale), l’importante è entrare nella testa. Rimanere in mento. Essere un motivato che si ricorda facilmente.

(il mio buongiorno per Left continua qui)


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