Ecco chi sono i “riservati” della ‘ndrangheta

Giù il cappello a Alessia Candito che ha scritto un articolo da tenersi in tasca:

REGGIO CALABRIA Le fonti di conoscenza dei due collaboratori sono diverse, come diversa è la caratura, ma per il giudice entrambi sono assolutamente attendibili e le loro dichiarazioni sono da ritenersi credibili e genuine. I pentiti Nino Lo Giudice e Cosimo Virgiglio, nel corso di interrogatori recentissimi su cui gli approfondimenti sono già in corso, hanno svelato al pm Giuseppe Lombardo i nomi di alcuni degli appartenenti a quella terra di mezzo in cui ‘ndrangheta e massoneria si mischiano per aiutarsi mutuamente.

LE RIVELAZIONI DI CONDELLO Nel suo ultimo interrogatorio, il 21 giugno scorso, Lo Giudice afferma di aver appreso i nomi di alcuni dei componenti della struttura riservata della ‘ndrangheta direttamente da Pasquale Condello, «che mi disse di far parte lui stesso di quel mondo». E il pentito fa i nomi dell’avvocato Antonio Marra, dell’ex sottosegretario Alberto Sarra, di Pasquale Rappoccio, dell’avvocato Giorgio De Stefano, dell’ex antenna dei servizi Giovanni Zumbo, del funzionario regionale Francesco Chirico, cognato di Paolo, Giorgio e Orazio De Stefano e zio del capocrimine Giuseppe, dell’avvocato Paolo Romeo , «di cui – sottolinea Lo Giudice – mi ha parlato anche Cosimo Moschera, che era legato ad Avanguardia Nazionale insieme a Romeo e al marchese Zerbi».

IMPRENDITORI E POLITICI Insieme a questi ci sarebbero anche, secondo quanto il collaboratore ha appreso dal Superboss, nomi noti della ‘ndrangheta reggina come Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, politici come Giuseppe Scopelliti e i suoi fratelli, Fortunato e Francesco, l’imprenditore Mandaglio, «titolare di un negozio di elettrodomestici in via Possidonea», e diversi legali, Bucca, Scalfari e Calabrese, che – spiega il pentito – «il Condello accostava anche ai servizi di sicurezza». «Anche il dott. Crocè e tale Dominque Suraci – puntualizza a fine interrogatorio il pentito – fanno parte del medesimo contesto massonico: sono soggetti anche questi vicini a Pasquale Condello». Il reggente Domenico Condello, chiamato spesso da Lo Giudice “Gingomma”, gli avrebbe invece parlato di Giuseppe Libri, del sottosegretario Sarra e di un non meglio precisato « dott. Cellini», in passato nominato spesso anche da Paolo Schimizzi.

LE PAROLE DI CHILA’ Altri nomi- aggiunge Lo Giudice – glieli ha rivelati Giovanni Chilà, defunto uomo di vertice del suo stesso clan. Nell’elenco, tornano i nomi di Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, come di Paolo Romeo e del suo storico collaboratore, l’avvocato Antonio Marra. In più ci sono quelli dell’imprenditore Giovanni Zumbo, rappresentante della Parmalat, Antonino Latella, Carmelo Iamonte, Domenico Libri, Giovanni Alampi, il defunto notaio Marrapodi, Rocco Aquino e l’avvocato Corrado Politi, accostato al clan Tegano, e i fratelli Frascati.

“LE CONFERME DI FRASCATI E LA CONFESSIONE DI FONTANA” Secondo quanto dichiarato dal collaboratore, sarebbero stati questi ultimi a raccontargli della loro appartenenza a quel mondo, insieme al generale Angiolo Pellegrini, al professore Caratozzolo di Messina e «a tale Sinicropi». «Mi dissero i Frascati – mette a verbale – che con tali soggetti si svolgevano incontri nella villa di Gambarie di Angelo Frascati. Mio padre mi disse anche che il Gen. Pellegrini si era impegnato ad aggiustare la procedura di sequestro degli immobili ai Frascati». Confidenze che gli sono state fatte anche in virtù dei legami di parentela, perché «mio zio Francesco Ficara è parente di Angelo Frascati, in quanto il fratello di questi ha sposato la figlia del Ficara». Il boss Giovanni Fontana gli avrebbe invece rivelato, solo per questione di fiducia, la sua appartenenza alla massoneria. «Ricordo – afferma – che sia lui che Pasquale Condello mi parlarono di tale De Caria, come soggetto a sua volta legato a quel mondo».

AVVOCATI Secondo quanto si legge nelle carte, anche il legale Lorenzo Gatto, per lungo tempo suo difensore, avrebbe confessato al “Nano” la sua appartenenza a quel mondo riservato, dando a Lo Giudice conferma di quanto sostiene di aver appreso da Chilà e Condello, secondo cui il noto avvocato sarebbe un Santista, affiliato da Domenico Libri. Non a caso – ricorda Lo Giudice – «l’Avv. Gatto mi disse che su viale Aldo Moro, vicino ad una palestra, vi era una sala riunioni di questa superloggia massonica. Non sono in grado di indicare, però, il luogo esatto in quanto il Gatto non mi ha fornito indicazioni precise. Ricordo che nei pressi si trova un cinema». Dal legale, Lo Giudice avrebbe appreso dell’appartenenza alla Santa del maresciallo Francesco Spanò, di Logoteta e della sua omonima loggia, di boss come Giuseppe Pelle di San Luca, Giuseppe Libri e Giuseppe De Stefano, dello zio di questi, l’avvocato Giorgio De Stefano, come pure dell’avvocato Aurelio Chizzoniti. «Ricordo che mi fece anche ascoltare una registrazione tra Ugo Marino ed altro soggetto che Gatto diceva essere legati alla massoneria. Anche il reggente di Santa Caterina – ricorda – gli ha parlato di un legale. Si tratta dell’avvocato Tommasini, storico difensore di casa De Stefano, «di cui – dice Lo Giudice – mi aveva parlato anche mio padre». Ma Moschera, aggiunge, aveva parlato anche dei Mammoliti. Dell’avvocato Giglio e del fratello medico, Vincenzo, gliene aveva parlato invece Domenico Gangemi, affiliato ai Lo Giudice, che dei due sapeva anche che «abitano o hanno uno studio in via Melacrinò; gli stessi Giglio – riferisce il Nano – hanno una abitazione anche di fronte alla Regione Calabria.

LA RETE DI LUCIANO Il pentito afferma di aver sempre saputo dell’appartenenza di Paolo Martino, cugino dei De Stefano e loro proconsole in Nord Italia, a tale contesto massonico, al pari di Mario Mesiani Mazzacuva «che aveva parlato con mio padre in mia presenza». In famiglia però, le rivelazioni più importanti gliele avrebbe fatte il fratello, Luciano Lo Giudice. Nomi così importanti da essere coperti da vistosi omissis, cui sopravvive solo un’indicazione. «Tali soggetti si riunivano spesso nel palazzo Upim di Reggio Calabria», meglio noto come palazzo Sarlo. Altre informazioni arriveranno invece a Lo Giudice dall’imprenditore Antonino Spanò. «Mi disse che conosceva appartenenti alla massoneria: mi parlò certamente di Siclari Pietro, che chiamava zio Pietro, che mi disse essere un uomo di …OMISSIS…; questa circostanza mi è stata confermata anche da mio fratello Luciano e dal capitano Spadaro Tracuzzi.

ME LO HA DETTO VIRGIGLIO Molti dei nomi che Lo Giudice ha inserito nel secondo memoriale, inviato durante la sua breve latitanza – chiarisce – gli erano stati riferiti da Cosimo Virgiglio. «Mi ha parlato di Bellocco Umberto, di Pesce Giuseppe e Marcello, dell’imprenditore Mucciola, dei Piromalli, di Morelli, di Quattrone, di Pietro Tripodi – collegato al Chirico ed al Mandaglio –, di Pietro Fuda, dei Cedro, dell’Avv. Politi Corrado, di tale Marrara, di tale Marrari, dei fratelli Labate, del dott. Pulitanò, del notaio Poggio, di Angelo Barillà dirigente della Sisa di Melicucco, nipote di Natale Iamonte. Fra loro c’è anche quello del capitano Spadaro Tracuzzi, condannato anche in appello come uomo al servizio di Luciano Lo Giudice, che – ricorda il Nano – insieme a un uomo dal nome ancora tenuto sotto silenzio «si recavano al porto di Gioia Tauro per collaborare con la CIA, che aveva un ufficio presso quella struttura».

LE RIVELAZIONI DEL MASSONE DEI CLAN E sarà proprio lui a ripeterli, in maniera ordinata e anche molto più circostanziata di Lo Giudice, al pm Lombardo. Insieme a molti altri. Come quello dell’imprenditore Cedro di Gioia Tauro, dei boss Rocco Aquino, Giuseppe Pesce e Pietro Labate, dell’imprenditore Giovanni Zumbo e del «presidente della Camera di Commercio, coso, Dattola, che era nostro fratello».

BARONI DELL’UNIVERSITA’ E DEL CALCIO Del preside, Eugenio Caratozzolo, racconta di averlo incontrato al Rotary, ai tempi in cui era «trampolino di lancio per la massoneria». Un contesto all’epoca frequentato da personaggi del calibro dei professori «Antonio Miceli e Carluccio di Reggio Calabria, il professore di diritto commerciale era all’epoca lui, poi c’era il professore Falzea e il preside, Eugenio Caratozzolo e… e poi veniva… cominciava a venire anche Franco Sensi di Roma, il proprietario della Roma all’epoca». Quella per Virgiglio è stata solo una fase prodromica all’ingresso nel Goi e soprattutto nella sua area più riservata. «nel Goi mi ritrovo Eugenio Caratozzolo, il figlio Marcello e, e, e, lo stesso Franco omissis».

AVVOCATI MESSAGGERI? Fra gli uomini della Santa, Virgiglio indica anche un legale che ha imparato a conoscere bene. Si tratta dell’avvocato Corrado Politi, approdato misteriosamente in carcere proprio quanto Virgiglio stava iniziando a valutare l’ipotesi di una collaborazione. Politi si sarebbe presentato da Virgiglio, affermando «mi ha nominato tua moglie». Una nomina strana, o quantomeno anomala. Non solo per le modalità, ma anche perché il misterioso legale non sarebbe stato infatti uno “specialista” di collaboratori. «Dice: io, vengo, sono amico di questo Pellicano, mi disse». Un nome speso con noncuranza – all’epoca il dottore Pellicano era ancora incensurato, ma già un nome di peso nella loggia reggina – ma che sembra introdurre una conversazione che poco sembra avere a che fare con un mandato difensivo.

COLLABORI? RISOLVIAMO IN MODO DIVERSO «Dice: no, io vorrei capire, dice, cosa sta facendo lei, che non fa … e ho detto: e che faccio, dico, sono qua a collaborare, lei l’ha letta la mia ordinanza? – dice Virgiglio, ricordando quel botta e risposta fra lui e il legale –. Sì, l’ho scaricata tutta sul pennino… ah, e mi fa piacere, e che cosa ne dice?.. Mah, la possiamo affrontare in modo diverso». Quale fosse, l’avvocato fa presto a spiegarlo. «Mi raccomando però – rammenta di essersi sentito dire Virgiglio – sua moglie ha paura, dice, non faccia i nomi di certe persone, non faccia i nomi di questo, di quell’altro, mi raccomando, salvi i “nini”».

«SALVA I “NINI”» Un soprannome per il quale il pentito non ha bisogno di spiegazione e che anche al pm sembra cristallino: sono «i giovanotti» della cosca Molè, divenuti nel tempo plenipotenziari reggenti del clan. E sebbene – allo stato – i loro nomi nei verbali siano coperti dagli omissis, nelle ordinanze che negli anni successivi hanno interessato il clan Molè, l’espressione si ripete spesso. E altrettanto spesso indica Antonio Molè “U Iancu”, figlio di Domenico, e il cugino Antonio Molè “U Niru”, figlio di Gioacchino. Quando Virgiglio viene arrestato e inizia a collaborare i due hanno circa vent’anni, ma già mostrano di avere tutte le caratteristiche per rivendicare il ruolo dirigente che era stato dei rispettivi padri. Per questo, probabilmente, andavano salvati. E non da soli.

ISTRUZIONI Questo – dice Virgiglio al pm Lombardo – era palese nelle parole del legale, sebbene da lui non fossero arrivate altre esplicite istruzioni. «Non mi disse i nomi che non … attenzione ai nomi che…fa proprio così», spiega il collaboratore che in quell’occasione dal misterioso avvocato avrebbe ricevuto una missiva. «Dice: questa qui è la lettera di separazione che sua moglie le fa, me l’ha mandata, dice … e in quel momento, dottore, ho dovuto giocare un po’ d’astuzia».

PROFESSIONISTI E POLITICI Virgiglio fa poi i nomi di Franco Labate, «per tanti anni medico al San Pietro di… al carcere, carissimo amico Ciccio Ceraudo, che era il famoso e importantissimo medico di Pisa, dove a tutti i costi dovevano mandare Molè per poi da lì farlo arrivare a Palmi e poi essere a casa»e dell’imprenditore Carlo Montesano, che presiedeva la loggia coperta di Reggio. Ma nel suo elenco ci sono anche i nomi di molti politici, come quello dell’ex governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, associato dal pentito alla presunta loggia riservata gestita dagli avvocati Torchia, «la piccola loggettina di potere». Insieme a lui, compaiono anche Luigi Fedele e Pietro Fuda, protagonisti di un ribaltone politico, cucinato in ambito massonico. Tutti soggetti su cui – adesso – la Dda ha intenzione di approfondire. Anche perché – sottolinea il gip – «le recentissime dichiarazioni dei due collaboratori, pur non del tutto sovrapponibili, evidenziano, affermazioni convergenti sull’esistenza di questo sistema masso-mafioso che si sta procedendo ad esaminare».


Also published on Medium.

9 Commenti

    1. grazie a te Alessia Candito per quel che fai. Purtroppo quel che oggi vien definito giornalismo spesso è altro, e non prevede assolutamente la frequentazione e la conoscenza di luoghi e fatti (tanto ci sono le agenzie…torna sempre il paradosso a Tien An Men denunciato da Tiziano Terzani …) che sono alla base delle migliori inchieste. Poi, per fortuna c’è chi ancora crede nel vero giornalismo, nella ricerca coraggiosa della verità, ci sono le persone come te ;-) ecco, se un giorno dovessi decidermi (e riuscire) veramente ad entrare nel novero beh lo dovrò anche all’esempio tuo e di Giulio Cavalli e spero di poter valere almeno un vs. ventesimo …

Rispondi