Non vivo più nulla realmente

Non vivo più nulla realmente, benché viva con una intensità di cui le semplici sensazioni non potrebbero dar conto. Inutilmente apro gli occhi, poiché non posso più vedere. Invano rimango sbalordito davanti alla mia finestra ovale, tentando di cogliere suoni. È come se avessi non un certo numero di sensi, ma miliardi di sensi, ciascuno diverso, ciascuno adatto ad altri stimoli: uno esclusivamente per la forma della tazza dalla quale bevo il mio caffè, un altro solo per la forma del sogno di questa notte. Un altro per il bisbiglio terribile delle mie orecchie, udito distintamente un po’ di anni fa, mentre me ne stavo, nel mio pigiama sdrucito, con le gambe sul termosifone, nella mia stanza di via Ștefan cel Mare. Non percepisco più le alterazioni della luce, le altezze del suono, la chimica del garofano e dei dettagli, ma scene intere, inghiottite all’improvviso da un senso virtuale, appena dischiuso nel centro della mia mente solo per quella scena luminosa ed effimera come un’onda, che reagisce con essa, modificandola, appiattendola, avvolgendola come un’ameba e formando insieme con essa un’altra realtà, antica e immediata, illuminata da un desiderio nostalgico e oscurata dall’estraneità. È come se tutto ciò che mi accade, che potrebbe accadermi, dovesse essermi già accaduto, come se tutto esistesse già in me, non però in forme piene e vistose, ma in attesa, in lamelle accartocciate, rudimentali, avviluppate strettamente le une dentro le altre là nelle strutture del cervello – e anche nelle ghiandole e negli organi e nel mio crepuscolo, come pure nelle mie case in rovina – attendendo lì una conferma e un nutrimento dalla vampa modulata dell’esistenza, a sua volta irrisolta ed embrionale. Non percepisco più se non ciò che ho percepito già in passato, non posso più sognare che i sogni già sognati. Apro gli occhi, non però per il colore e i contorni, dal momento che la luce non si diffonde più in corpuscoli che attraversino il mio cristallino e gli strati traslucidi della retina, che producano rodopsina nelle mie cellule di forma conica; intere immagini giungono improvvise, scolpite nella rodopsina e accompagnate come da un’aura di penero di suono e filamenti di sapori e di profumi, di gelo e calore, di dolore e pietà, di una torsione del capo verso destra confortato e contrastato dal senso cocleare. Giungono interi quartieri, insieme con il tempo, lo spazio e il loro turbamento, e soprattutto con il loro grado di realtà – poiché possono essere reali o sognati, o immaginati, o trasmessi mediante i legami ineffabili che congiungono le nostre vite a quelle di coloro che ci hanno preceduto – giungono labbra e sessi, e tram che scorrono sui binari in inverni con neve sporca, viene mia madre a portarmi ogni tanto da mangiare, talvolta viene Herman. Non potrei percepire nulla di tutto ciò se non si ricostituissero, in qualche modo, nella mia mente (nel mio mondo), se non si schiudessero da lì i bulbi oculari, se non mi dicessi in ogni istante della mia vita: “Ho già vissuto questo un’altra volta, sono già stato lì”, così come non è possibile vedere la luce se la luce non è già stata nella zona occipitale della tua vita, formando là il senso idoneo per la luce. Per questo la mia vita è già vissuta e il mio libro è già scritto, giacché il passato è tutto, e il futuro è niente.

(Mircea Cărtărescu, Abbacinante. Il corpo, lo potete comprare qui)


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