Yusra in gara per la nazionale dei senza nazione

Non è facile lenire i segni della corda. Sempre. Nella vita, quando capita di stringere una corda con la forza del bisogno, i segni infine rimangono per tutti gli anni dopo: sono le rughe dell’allarme, della disperata salvezza.

Yusra si è appesa alla corda del gommone. Mica di un gommone. Del gommone che attraversa l’Egeo per trascinare gli scappati siriani dalla Turchia alla Grecia: i gommoni su quella rotta sono tutti uguali per il retrogusto disgraziato, per l’appuntitissima fragilità del sogno e per quel mare pronto a farti isola in mezzo al mare. Lei, Yusra, con i suoi quasi diciotto anni, si è appesa al suo gommone con il motore spento e l’ha trascinato fino a riva salvando se stessa e il resto di quella ciurma che erano rifugiati, scappati, migranti, forse salvi, come lei.

Yusra Mardini è una storia che si ripete ogni giorno. Migliaia di volte ogni anno. Certo: lei non è annegata, non è finita rinchiusa tra i manganelli e nemmeno impigliata nel filo spinato. Quando il CIO ha deciso di aprire la partecipazione alle olimpiadi a una squadra di rifugiati (che visione coraggiosa istituire la nazionale dei senza nazione, tra l’altro) Yusra deve aver pensato che il destino le offriva l’opportunità di spalmare balsamo sulle sue ferite.

(il mio buongiorno per Left continua qui)


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