Io non mi ammorbidisco per il compleanno di Berlusconi

È il compleanno di Silvio Berlusconi. Sono 80. E per lassismo di memoria qui da noi, chissà perché, superata una tal soglia d’età cominciamo a smettere di ricordare. Attenzione: non a perdonare, che di per sé sarebbe azione altissima, qui si tratta piuttosto di lasciar seccare il ricordo in una poltiglia inoffensiva e spenta. È successo per Andreotti (vi ricordate? “lasciatelo in pace che ormai è vecchio” ci dicevano, come se fosse etico lasciare invecchiare le pagine buie di un Paese), sta succedendo per Dell’Utri (non ne parla più nessuno, le responsabilità politiche si sono misteriosamente sciolte e la stessa richiesta di grazia altro non è che il tentativo di legittimare un intero periodo storico) e, vedrete, accadrà per Berlusconi.

Buon compleanno Silvio ed è tutto un pullulare di articolesse che ci dicono che sì, certo, ha combinato i suoi guai, ma adesso che ha ottant’anni e che ci si presenta vecchio e stanco forse sarebbe il caso di soprassedere. Soprassedere è il metodo più in voga per non dover spiegare, per permettere di non raccontare. Soprassedere è il verbo migliore per disegnare un tempo in cui i nodi si scavalcano senza farsene carico.

Allora forse, al di là degli auguri di rito, sarebbe il caso di segnarsi su un foglietto l’impatto di Silvio Berlusconi sulla tenuta democratica di questo Paese, a futura memoria, come un pizzino (legalissimo) da lasciare ai figli e ai nipoti.

Berlusconi è l’uomo politico, dopo Andreotti e più di Andreotti, che ha legalizzato la mafia. Si è seduto con i boss mafiosi per studiare strategie imprenditoriali (se a sua insaputa comunque con la piena coscienza del suo braccio destro Marcello Dell’Utri, condannato anche per questo), ha costruito una propaganda elettorale eccezionalmente convergente con gli interessi di Cosa Nostra, ha ospitato un noto mafioso all’interno della sua dimora (Vittorio Mangano, teniamocelo a mente, segnatevelo, prima che scenda la nebbia) e ha costruito un movimento politico che è stato sponda di un altissimo numero di politici legati alla criminalità organizzata. Ma non solo, Berlusconi ha sdoganato culturalmente la mafia e questa forse è una colpa ancora più grave: con la sua simpatia di plastica e paratelevisiva ci ha convinto che Cosa Nostra fosse un’accolita di inoffensivi contadini a cui non prestare troppa attenzione, ha deriso chi ha speso una vita nella lotta al crimine organizzato, ha innalzato l’omertà a inestimabile virtù e definito eroico un boss mafioso. Silvio Berlusconi è stato il più potente spot di Cosa Nostra.

Silvio Berlusconi ha sdoganato la cinica spericolatezza e l’individualismo. Se oggi la tenuta etica del Paese si è ammorbidita a tal punto da esser pronta a piccole illegalità personali pur di ottenere comunque dei benefici pubblici è perché Silvio e la sua banda sono riusciti ad inculcare l’idea che “per arrivare in alto bisogna sporcarsi le mani”. Così fa niente se ci scappa un’evasione fiscale, qualche atto di corruzione o un paio di leggi ad personam: invocando una presunta invidia degli avversari il berlusconismo ha legalizzato la competitività che esce dalle regole. Il mito (scadente e patetico) dell’imprenditore (e del governante) che ha bisogno di forzare le regole per “fare del bene al Paese” è la realizzazione piena del berlusconismo. Mica per niente anche la parola “libertà” oggi è diventata sinonimo di “liberi dai lacci della solidarietà”.

Silvio Berlusconi ha impiantato in Parlamento il presidenzialismo culturale. Senza bisogno di leggi o di riforme (o forse senza la sfacciataggine che invece hanno questi nel proporle) Berlusconi ha trasformato il Parlamento in un votificio a disposizione del premier svuotandolo definitivamente di ogni autonomia decisionale. Berlusconi ha negato la Carta Costituzionale più di qualsiasi referendum e se n’è andato con un lascito pesantissimo: ora ci dicono che i suoi modi incostituzionali Berlusconi li usasse per se stesso mentre oggi servono per il bene del Paese. Ma quei modi restano.

Silvio Berlusconi ha nobilitato l’ignoranza. Ha chirurgicamente sviluppato il pensiero comune che chi ha troppo studiato e troppo si impegna intellettualmente sia un fannullone, un depravato intellettuale, un inoperoso, un ostacolo alla turboproduttività. Grazie anche a una televisione usata come arma di ignorantizzazione di massa Berlusconi ha reso démodé il pensiero autonomo, la critica e il dibattito preferendo il machismo, il tifo sguaiato, il bullismo ormonale e la comodità del pensiero unico. La linea editoriale di Berlusconi (in tutti i campi in cui si è ritrovato ad operare) è l’ebetismo comodo e funzionale. Funzionale ai cazzi suoi, principalmente.

Silvio Berlusconi ha svilito la politica. In cento modi, in mille sensi: dai senatori comprati, al gossip come arma, alla derisione pubblica dell’avversario (anche questa tutt’ora molto in voga pur senza di lui) fino alla demolizione dell’autorità dello Stato. L’antipolitica attuale, badate bene, è figlia di una lunga opera di banalizzazione che ha eroso le istituzioni. La magistratura? Una casta corrotta. Il Presidente della Repubblica? Un pupazzo in mano ai comunisti. La Corte Costituzionale? Un bivacco di vecchi invidiosi. L’opposizione? Coglioni. Gli elettori? Coglioni. I dissidenti? Venduti e traditori. Il Senato? Un’inutile rottura di palle. Le leggi? Liberticide. La Costituzione? Anacronistica. L’Anpi? Una banda di nostalgici. L’Antimafia? Un covo di comunisti. E così via. Ah, se trovate pericolose assonanze con il presente fate due conti.

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