Donare tempo: la figlia sta male e i colleghi le cedono le proprie ferie

Storie che fanno bene al cuore.

La favola di Nicole e di Michela, la sua mamma, è custodita in una casa gialla a due passi da un boschetto di ulivi e dalle mura di un castello. È un posto incantevole sulle colline di Marostica. Tra queste pareti, da quando è nata, Nicole fa i conti con un nemico invisibile che prima le ha portato via la possibilità di muoversi e ora prova a rubarle anche il respiro. Si chiama tetraparesi spastica. E per tenerlo a bada, oggi che ha 6 anni, deve circondarsi – invece che dei giocattoli che fanno compagnia ai suoi coetanei – di una serie di apparecchi, come un grosso bombolone di ossigeno e uno strumento che registra costantemente i suoi parametri vitali. Ma guai a lasciarsi ingannare dalle apparenze: questa non è una storia triste. Basta osservare il sorriso di mamma Michela quando si siede sul divano su cui è stesa la bambina e la prende in braccio – stando attenta a non aggrovigliare i tubicini che aiutano i polmoni a gonfiarsi – e la riempie di baci e di carezze e le dice «sei bellissima» e la chiama «il mio amore». Michela è felice. Di più: «Sono piena di gioia e di speranza », assicura. In fondo è quasi Natale e ha appena ricevuto un grande regalo. Pensare che a settembre le cose si erano messe davvero male: Nicole ha avuto una crisi, il nemico invisibile è stato a un passo dal portasela via per sempre. Per mamma e papà Igor sono stati giorni complicati: la corsa in ospedale a Bassano, poi a Padova, la terapia intensiva. E i primi segnali di ripresa. «La mia bambina è forte, non si arrende mai», dice orgogliosa. A ottobre, finalmente, il ritorno nella casetta gialla ma con un problema in più: la piccola ha bisogno di assistenza costante. «Di giorno – spiega Michela – si stanca facilmente. Ma è durante la notte, quando le funzioni muscolari si abbassano ulteriormente, che le complicazioni sono più frequenti. Quando capita, le apparecchiature alle quali è collegata fanno scattare un allarme e Nicole rischia di soffocare. Io e mio marito dobbiamo intervenire, aiutarla a respirare, se occorre anche con un aspiratore che introduciamo dalla gola per liberare le vie aeree».

Mentre parla indica le strumentazioni sparse intorno al divano: tutto è a portata di mano e pronto per essere usato in qualunque momento. Michela Lorenzin ha 34 anni e da quasi un decennio lavora per la Brenta Pcm, un’industria di Molvena che produce stampi per il settore automobilistico. Fino a qualche mese fa riusciva a incastrare i turni in azienda con l’impegno che comporta l’essere mamma di una bimba che soffre di una grave disabilità degenerativa. Ma ora che Nicole ha bisogno di assistenza continua, le è impossibile tornare al lavoro. La legge, in questi casi, prevede un congedo di diversi mesi che però, tra un ricovero in ospedale e l’altro, Michela ha già utilizzato quasi del tutto. Così ha chiesto ai superiori di anticipare le ferie per stare accanto alla bambina. Un mese, poco più. «Sono stati comprensivi – racconta – mi hanno sostenuta, proponendomi anche un part-time. Purtroppo ho dovuto rifiutare perché non posso allontanarmi da mia figlia, neppure per poche ore al giorno». Era un momento difficile, per questa famiglia di Marostica. Ma come tutte le favole che si rispettino è in questi momenti che arriva l’eroe pronto a sistemare le cose. «Una collega è venuta a trovarmi, mi ha detto che avrebbe voluto fare qualcosa per noi. Ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto: “Ti regalo le mie ferie!”. Sono rimasta sorpresa, l’ho ringraziata ma non pensavo fosse possibile…».

Invece, grazie a una norma introdotta dal Jobs Act, si può fare. Grazie a quell’amica, avrebbe potuto trascorrere qualche giorno in più con la sua piccola senza perdere il posto. Ma l’operaia della Brenta Pcm si è spinta molto oltre: è tornata in fabbrica e ne ha parlato con gli altri lavoratori e anche loro hanno voluto contribuire. «A dicembre mi ha telefonato la responsabile del personale dicendomi che tanti colleghi erano disposti ad aiutarmi. Ero contenta, pensavo di poter prorogare le ferie, magari di un paio di settimane… È stata lei ad annunciarmi che, complessivamente, i dipendenti dell’azienda avevano trasferito a mio favore cinque mesi di ferie!». Un sogno. «Quella per cui lavoro è un’impresa solida, che continua ad assumere: molti dipendenti li conosco soltanto di vista. Eppure hanno saputo fare un gesto di puro altruismo, arrivando a rinunciare, per me, a un po’ del tempo che invece avrebbero potuto trascorrere con le loro famiglie». Non è finita. Commossa, Michela ha scritto una lettera a chi la stava aiutando. Poche semplici righe per dire quanto prezioso fosse stato per lei quel regalo. Il foglio è stato appeso alla bacheca dell’azienda, in modo che tutti potessero vederlo. Il giorno dopo, il telefono della casetta gialla è tornato a squillare. «Era di nuovo la responsabile del personale, per comunicarmi che le ferie a mia disposizione sono improvvisamente salite a dieci mesi». La favola di Nicole e degli operai che rinunciano alle vacanze per aiutare la sua mamma, ha colpito tutti. «All’inizio non volevo fare questa intervista – ammette Michela – perché temo che troppe attenzioni possano stressare la bambina. Ma poi ho pensato che, forse, la mia storia potrà insegnare che nel mondo ci sono ancora tante persone buone, e magari offrire uno spunto per aiutare altre famiglie che si trovano ad affrontare le nostre stesse difficoltà ». Mentre la mamma racconta, Nicole continua a godersi le coccole. Indossa un vestitino rosa a pois bianchi e a vederle così, abbracciate, tutto acquista un senso, anche i sacrifici che stanno attraversando. «Ero una donna fragile – conclude – ma mia figlia mi ha insegnato cos’è la forza. Sono la madre di una bambina meravigliosa. E adesso, anche dopo questo piccolo miracolo di Natale, non ho più paura di nulla ».

(fonte)


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