Licenziato dopo un trapianto: bastardi al lavoro

Non è tanto la notizia a provocare la pelle d’oca quanto i commenti: sull’altare della produttività (presunta, tra l’altro, poiché non c’è progresso senza dignità) questo Paese sta scivolando in una patetica deriva di affezione e mitizzazione per i bastardi. E noi chissà se ce ne stiamo accorgendo.

I fatti: Antonio Forchione ha 55 anni e fa l’operaio alla Oerlikon Graziano, un’azienda metalmeccanica di Rivoli (Torino) con 700 dipendenti nella sede piemontese e ben 1500 in tutta Italia. Attenzione: la Oerlikon Graziano era già entrata nelle cronache (quelle melmose) per la “pause collettive” di nove minuti che concede ai propri dipendenti che avevano provocato già un certo disgusto. Ma torniamo a noi: Antonio qualche tempo fa si ritrova con in mano una brutta cartella clinica che gli racconta di un tumore dentro il suo fegato e pochi mesi di vita.

Per fortuna un trapianto riesce ad avere un insperato successo e a gennaio, dopo sei mesi di “malattia”, Antonio ha potuto rientrare in fabbrica. Gli chiedono di usare tutte le ferie arretrate. Accetta. Sa, Antonio, che non potrà rientrare nella sua posizione lavorativa abituale ed è pronto a un demansionamento pur di arrivare alla pensione. Del resto riciclarsi per tornare utili è l’unica strada per molti lavoratori della sua generazioni. L’azienda invece lo licenzia: “inabile al lavoro” c’è scritto nel suo foglio di via.

Inabile al lavoro oggi significa irrimediabilmente inutile. Non ci sono mediazioni. La dignità dell’uomo è tutta nella sua realizzazione. Anche professionale. Così Antonio oggi è ufficialmente “malato”, colpevole di essere guarito. Non c’è posto, tra mille e cinquecento persone, per un trapiantato. Che schifo.

(continua su Left)


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