Pennac, gli anni novanta e noi come siamo stati

Un articolo di Rivista Studio che parla di Pennac ma soprattutto di una generazione:

Se si dovesse provare a spiegare, racconteremmo l’Italia di quegli anni così: l’Unione Sovietica era appena crollata, e la sinistra italiana si ritrovava a domandarsi quale diamine fosse la sua identità, ovvero, come si diceva allora, il suo grande album di famiglia. Dal punto di vista strettamente politico, si salvavano solo i fuoriusciti, gli esclusi: Gramsci e Guevara, poco altro. Ma, dato che a destra regnava già Silvio (identificato come una sorta di vuoto pneumatico intellettuale), e dato che molto del passato non poteva più essere utilizzato come modello, né pratico né esplicito, nacque una smania identitaria che andava a pescare da lidi curiosi. Dalla commedia all’italiana e dal teatro. Dal Piccolo Principe o da La casa degli spiriti. Dal Messico di Cacucci o da Francesco De Gregori unplugged. Dai vhs di Easy Rider e del Grande Freddo di Veltroni, e dal Gabbiano Jonathan Livingston, e dalla Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. E c’era il giallo di provincia, c’era il bar sport, l’Emilia Romagna. E Caracas. Così, per la media borghesia italiana, anche i romanzi di Daniel Pennac – un po’ come i primi Camilleri, o come la nascita del Benigni d’autore – non rappresentavano soltanto dei libri piacevolissimi, ironici, fantasiosi e garbati (questo erano, e sono), ma una questione di appartenenza, una speranza, e un manifesto. Si trattava, in sostanza, della domanda: «Chi siamo?», e la risposta solare diceva: “Lettori”. Oppure: “Fruitori culturali”. Ma vasti. Lettori contro ciò che sembrava un attacco al passato, una tabula rasa di valori, di principi, di cinquant’anni di storia d’Italia: l’uomo nuovo, la seconda Repubblica… Però lettori leggeri, minimalisti, ironici, d’intrattenimento. Non era più ai grandi ideologi che si guardava, ma ai narratori, ai giallisti, ai comici. Ecco, sì, questa era la nostra cultura. Questa la nostra identità.

Il punto non erano le opinioni politiche dei diretti interessati. Certo, gli anni Novanta (e forse i primi del Duemila) furono gli ultimi a riproporre con forza il ruolo dell’intellettuale engagé. Parlare di politica, dire la propria su Berlusconi e l’Italia, era qualcosa di richiesto a qualsiasi scrittore internazionale, dal portoghese Saramago, ai maestri francesi, cileni, tokyensi, mentre i Democratici candidavano alle europee autori come Tahar Ben Jelloun (ma perché?). Piuttosto, la cosa interessante era come la cultura fosse recepita da parte del pubblico bene e medio-intellettuale. Se analizziamo lo spirito di questo strano pantheon che si era venuto a creare, ci accorgiamo della sua contraddittorietà, della sua vaghezza, retta soltanto dalla poetica della Grande Chiesa che andava fino a Madre Teresa: l’ecumenismo, ma a vanvera. Sinistra era l’India di Siddartha. Sinistra era l’epopea familiare sudamericana. Sinistra era il realismo magico brasiliano. Sinistra era la provincia della piadina, o l’ispettore Carvalho, o la poetica della fuga in Marocco. Non aveva molto senso, ovviamente. Non poteva certo essere un manifesto programmatico: e di cosa?

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