Mafia, ucciso Giuseppe Dainotti appena scarcerato. Voleva tornare “da boss”.

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I due colpi di pistola echeggiati alla vigilia del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, con un boss del calibro di Giuseppe Dainotti, 67 anni, uscito dall’Ucciardone dopo 24 anni di carcere nonostante una condanna all’ergastolo, riaccendono un tema che allarma l’apparato antimafia. Quello dei capimafia che, dopo avere scontato le loro pene, anche approfittando di alcune norme premiali, tornano in circolazione cercando spazi, sempre più ristretti per una organizzazione disarticolata.

Ritorni eccellenti

Di qui un recentissimo inquietante sfogo del questore di Palermo Renato Cortese che, già un paio di settimane fa, sottolineava la necessità di un controllo sempre più ravvicinato su questi «ritorni eccellenti». E adesso che il cadavere di «Zio Peppino» giace a due passi dal castello della Zisa, la bicicletta su cui era uscito da casa alle sette e mezzo rovesciata per terra e macchiata di sangue, il questore famoso per avere arrestato Bernardo Provenzano conferma: «Sono in tanti ad avere scontato la pena, ad uscire affacciandosi in una Palermo cambiata, con spazi di manovra sempre più ristretti per i clan, per una Cosa nostra sbandata, in cerca di un leader. Ed è questa ricerca di leadership che finisce per contrapporre i vecchi boss usciti dalle celle con esponenti già in difficoltà per l’azione repressiva dello Stato…».

Riduzioni di pena

Il caso di «Zio Peppino» Dainotti è complesso. Non solo perché, nonostante avesse sulla coscienza la spietata fine del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e una condanna all’ergastolo, ma anche perché la sua storia è legata ai subbugli di Porta Nuova, il quartiere dominato prima del maxi processo da «don» Pippo Calò, il cassiere dei Corleonesi. Zona calda attraversata in quegli anni dalla tempesta di un discusso pentito come Salvatore Cangemi del quale Dainotti era stato il factotum. Peraltro finito in cella anche per una rapina di finanziamento alla famiglia il colpo miliardario al Monte dei Pegni di Palermo. E, prima ancora, per la lupara bianca di Antonino Rizzuto, scomparso nel 1989. E il boss se ne andava in giro in bici con questo curriculum cucito addosso.

Sconti anche a Bagheria

Fra i pezzi grossi di Cosa nostra tornati in circolazione campeggia la figura di Pino Scaduto, ai suoi tempi indicato come il capo mandamento di Bagheria alla guida delle estorsioni e degli uomini che allora garantivano la latitanza di Bernardo Provenzano. Scontata una condanna nel 2007, l’anno successivo era di nuovo dentro, bloccato dal blitz Perseo mentre cercava di riorganizzare il clan. Poi l’assoluzione per alcune estorsioni. E il ritorno a Bagheria.

Amico dei corleonesi

Una storia simile è quella di Giulio Caporrimo, il boss di San Lorenzo, forse un nome che dice poco a chi segue le cronache sui giornali. Ma per gli inquirenti è un «numero uno». Con una acrobazia legale, i suoi avvocati sono riusciti ad ottenere che l’ultima condanna a dieci anni fosse cumulata, e quindi detratta, da una precedente sentenza. La stessa che aveva finito di scontare nel 2010. Di qui la riacquistata libertà per l’uomo che ha sempre rivendicato come una medaglia i suoi rapporti con gli ergastolani Lo Piccolo. «Figura inquietante», la definisce Cortese conoscendo cosa è accaduto in carcere.

Microspia nella stalla

Liberi come Caporrimo, sono pure, per fine pena e decorrenza dei termini di custodia cautelare, i fratelli Gregorio e Tommaso Di Giovanni, finiti in carcere rispettivamente nel 2010 e 2011. Allora erano frequenti gli incontri fra Caporrimo e uno dei fratelli, Tommaso, perché a lui era stato lasciato lo scettro di Porta Nuova quando suo zio, Calogero Lo Presti, era stato costretto a defilarsi perché individuato grazie ad una microspia installata in una stalla dove organizzava i suoi picciotti.

Summit a tavola

Fu considerato importante in particolare un incontro del giugno 2011. Una «mangiata» in un ristorante fidato, una tavolata dove furono registrati Tommaso Di Giovanni, Caporrimo e Antonino Messicati Vitale, in rappresentanza del clan di Villabate, arrestato e adesso di nuovo libero, come Nicola Milano, altro nome che conta a Porta Nuova. Un elenco troppo lungo per tenere tutti sotto controllo. E infatti hanno potuto agire senza ostacoli i due killer entrati in azione alla Zisa contro l’uomo in bicicletta, mentre scappavano terrorizzati commercianti, impiegati, bimbi e mamme diretti a scuola in una Palermo sempre inquieta.


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