La prossima marcia dell’accoglienza va organizzata in Africa: anche l’Italia costruisce muri. Ma sottovoce.

Un post (terrificante) di Stefano Catone, che per Possibile da tempo studia i numeri piuttosto che rilanciare sensazioni:

Manderemo dei soldati in Africa con lo scopo di rafforzare il confine sud della Libia. Lo aveva anticipato Repubblica alcuni giorni fa, lo aveva smentito il ministero della Difesa (con una smentita che non smentisce, dato che parla di «normale attività addestrativa»), lo ha confermato il ministero dell’Interno, con tanto di foto a corredo dell’accordo raggiunto tra i governi italiano, della Libia (che non si capisce che poteri abbia), del Ciad e del Niger.

L’accordo si pone gli obiettivi di «assicurare la sicurezza dei confini, sostenere la formazione ed il rafforzamento delle guardie di frontiera, sostenere la costruzione in Niger e Ciad e sostenere la gestione in Libia dei centri di accoglienza per migranti irregolari, conformemente agli standard umanitari internazionali, promuovere lo sviluppo di una economia legale». Tradotto: manderemo militari con lo scopo di «sigillare la frontiera a sud della Libia, che significa sigillare la frontiera a sud dell’Europa», parole di Marco Minniti, ministro dell’Interno con la tessera del Partito Democratico in tasca.

Tradotto meglio: le persone devono restare nei luoghi dai quali vorrebbero scappare e, dato che l’accordo con la Libia si sta rivelando inefficace e inattuabile, spostiamo sempre un po’ più a sud i nostri confini. Siamo arrivati al Ciad e al Niger. Perché lo facciamo? Perché non possiamo respingere i migranti in mare, non possiamo sparare ai barconi, non possiamo costruire un muro sulle nostre coste: siamo persone civili, noi. Possiamo, però, delegare ad altri, lautamente finanziati, il tentativo di controllare gli oltre quattromila chilometri di confine terrestre della Libia. Fare un muro nel deserto di queste dimensioni non è semplice: è molto più semplice addestrare militari e costruire campi di accoglienza, dove concentrare i migranti.

Quando parliamo del Ciad parliamo di un paese in cui vige lo stato di emergenza a causa delle condizioni in cui versa l’omonimo lago, in cui è al potere la stessa persona dal 1990, in cui «a seguito di diverse manifestazioni di protesta, le forze dell’ordine sono intervenute con conseguenze a volte tragiche» e in cui è consigliabile «viaggiare in convoglio, tenere le porte chiuse a chiave e portare con se stessi carburante di riserva».

Quando parliamo del Niger, invece, parliamo di un paese in cui «il 3 marzo 2017 è stato proclamato lo stato di emergenza nella regioni di Diffa, Tillaberi e di Tahoua a causa dell’aumento degli attacchi terroristici nel Paese», in cui i terroristi assaltano i campi profughi, in cui la schiavitù è stata abolita nel 2003 (ma rimane un problema preoccupantee, inoltre, di un paese «soggetto ad instabilità politica, insicurezza alimentare cronica e crisi naturali, in particolare siccità, inondazioni e infestazioni di locuste».

Della Libia sia sufficiente ribadire che è un paese che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, e cioè la più importante convenzione internazionale in materia.

Quando ci indigniamo per il muro al confine tra Serbia e Ungheria, quando ci indigniamo per il muro di Trump e il Muslim Ban, quando ci indigniamo per i muri e quando invochiamo un mondo senza muri, dovremmo ricordarci che il governo italiano a guida Partito Democratico è uno dei principali sponsor e attuatori della strategia dei muri, che in questo caso non hanno natura fisica (solo perché la geografia non ce lo permette, penseranno i maligni), ma natura politica e diplomatica. Saranno altri a respingere, saranno altri a sparare, saranno altri a detenere i migranti. Lontani da questi luoghi migliaia di chilometri noi stiamo solamente armando gli aguzzini.


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