La fortezza della ‘ndrangheta ad Arluno e i rapporti con i narcos

(Cesare Giuzzi per il Corriere)

Una strada a fondo chiuso. Una vecchia corte trasformata «in una fortezza inespugnabile», per usare le parole del gip Maria Cristina Mannocci. Via Martiri della Libertà 51, ad Arluno, è l’indirizzo anonimo di un paesino nel pieno della campagna tra il Piemonte e la Lombardia. Ma è un punto dal quale partono rotte che dalla Colombia (cocaina) arrivano in Olanda e Spagna (soldi) e finiscono in Calabria, in quella Guardavalle (Catanzaro) feudo della famiglia mafiosa dei Gallace. Altra cosca che qui in Lombardia ha radici solide, solidissime da più di trent’anni. E che aveva in Carmelo Novella il suo esponente di punta, prima d’essere ammazzato nel 2008 a San Vittore Olona, su ordine del capo del suo stesso clan Vincenzo Gallace — come vogliono le regole della ‘ndrangheta — per aver voluto la secessione dei «locali» del Nord.

E i Gallace, come tutti i clan della ‘ndrangheta radicati in Lombardia, fanno soprattutto traffico di droga. Che poi è cocaina importata a chili dalla Colombia. Lo dimostra l’indagine «Area 51» dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano in collaborazione con i colleghi del Ros, sotto la direzione del pm Cecilia Vassena della Dda di Milano, che ha portato in carcere 21 trafficanti e affiliati alla ‘ndrangheta. Tra questi anche un referente colombiano. Dopo anni Milano torna a contestare il reato di associazione finalizzata al narcotraffico per affiliati alle cosche calabresi. Perché l’attività più remunerativa per i clan resta quella del traffico di droga, e solo in un secondo momento i capitali vengono reinvestiti in imprese, appalti, bar e ristoranti. I soldi, quelli veri, continuano ad avere l’odore pungente della cocaina.

Ma l’inchiesta, che vede tra i principali indagati Francesco Riitano, 36 anni di Arluno, ha svelato anche come i trafficanti usassero una rete «impenetrabile» per comunicare. Si tratta di un sistema che si sta diffondendo sempre di più tra i narcos e che i Gallace utilizzavano per gestire le trattative e gli arrivi della coca dal Sud America. Anche un’altra inchiesta, stavolta della Mobile, un mese fa aveva svelato la stessa rete usata anche dalla cosca Barbaro-Papalia.

Si tratta di un sistema «chiuso» di cellulari Blackberry modificati e criptati. Smartphone acquistati a 1.500 euro nel «mercato parallelo» grazie ad aziende che offrono un servizio completo di cellulari modificati, hardware e server in grado di cancellare tutti i dati «da remoto» nel caso in cui gli apparecchi vengano persi o sequestrati dalle forze dell’ordine. «Questi qui non hanno fotocamera, non hanno niente, non puoi fare una foto, non puoi parlare, non c’è microfono — racconta un trafficante intercettato —. Sono già preparati per questo: inviano solo le mail. La mia mail parte da un server che, per dire, è situato a Cuba, la trasmette e la manda criptata al tuo. Il tuo apre e legge. Questo non funziona da telefono, costa 3.500 euro perché è criptato. Arrivano dal Canada». Durante l’inchiesta ne verranno sequestrati diversi.

In manette anche un dipendente della compagnia Neos di Malpensa, Antonio Traettino, e Davide Mazzerbo, assunto da una società che si occupa di lavori aeronautici. Traettino fornirà al clan anche i disegni industriali degli interni degli aerei per studiare un luogo dove nascondere la droga da importare dalla Colombia. Evento piuttosto raro, in questa inchiesta oltre alla droga — 30 chili trovati il 26 settembre ad Arluno nel doppio fondo della Mercedes guidata da Raffaele Procopio — sono stati sequestrati anche molti soldi, tutti in contanti.

Somme come i 360 mila euro sequestrati a Casale Monferrato (Alessandria) ad Alfio Di Mare il 4 settembre scorso. Soldi che, racconta un investigatore, «erano umidi». Come se fossero stati nascosti sotto terra. Come i clan calabresi facevano ai tempi dei rapimenti. La cosca in soli quattro giorni riesce a raccogliere più di un milione di euro in contanti per pagare una partita di coca. I calabresi acquistavano la coca in Colombia a 8 mila euro al chilo. Una volta in Italia veniva rivenduta all’ingrosso per più di 30 mila euro. In cella anche Saverio Gualtieri, 52 anni, uomo di fiducia di uno dei più importanti trafficanti di San Luca, Giuseppe Calabrò detto ‘u dutturicchiu (libero). Misura rigettata invece per l’oscuro riciclatore Mattia Spinola, 49 anni, nato ad Edimburgo, società in Svizzera e Uk. In affari anche con i Barbaro-Papalia.

Rispondi