Natura morta

Ne scrive bene il Post:

Martedì scorso un gommone con a bordo 181 migranti è stato raggiunto da un’imbarcazione della ong spagnola Proactiva Open Arms al largo delle coste libiche, a circa 15 miglia a nord della città di Sabrata. La chiamata di emergenza è arrivata verso le 11 di mattina, e insieme al personale della ong ha assistito ai soccorsi anche il fotogiornalista freelance Santi Palacios, che lavora per l’agenzia Associated Press. Palacios ha scattato delle foto molto forti di quello che stava succedendo e ha poi raccontato la sua esperienza a TIME: «Si capiva che c’era qualcosa che non andava, qualcosa che non era normale». Dopo avere cercato di tranquillizzare i migranti a bordo del gommone, i soccorritori hanno cominciato a distribuire i giubbotti di salvataggio, prima di iniziare a spostare i migranti dal gommone alla barca di Proactiva Open Arms: «È stato solo quando abbiamo caricato quei quattro bambini sulla nostra barca – e una donna che si prendeva cura di loro – che abbiamo cominciato a capire che c’erano dei cadaveri a bordo». I soccorritori hanno contato 13 morti, 5 uomini e 8 donne, tra cui due incinte.

Una fotografia dei corpi dei migranti sul gommone scattata da Santi Palacios è stata condivisa moltissime volte sui social network nei giorni scorsi, ed è stata ripresa da giornali e siti di news. Secondo Riccardo Gatti, il capo della missione Proactiva Open Arms, alcuni migranti potrebbero essersi piegati fino a stendersi a causa del mal di mare, e poi potrebbero avere inalato i vapori del carburante insieme all’acqua salata: «Non sono morti affogando fuori dalla barca, ma affogando dentro la barca». Palacios ha pubblicato la foto dei morti su Facebook, poi il post è stato rimosso e poi rimesso, ma con alcune limitazioni nella visualizzazione. Palacios ha pubblicato la foto anche sul suo account Twitter.

I soccorsi sono proseguiti per almeno due ore, e poi è stato necessario altro tempo per trasportare sulla barca della ong i corpi dei morti. I migranti a bordo del gommone provenivano per lo più dalla Nigeria, dal Sudan e dal Ghana. Alcune donne hanno poi raccontato di essere state stuprate in Libia. Almeno due di loro hanno confermato le violenze ai medici a bordo. «Guardandole negli occhi», ha raccontato Palacio, «le parole che mi sono venute in mente sono state: “questo è l’inferno in Terra”». Ai migranti sono stati dati cibo e coperte e il giorno dopo sono stati trasferiti su un’altra imbarcazione diretta verso l’Italia.


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