Eppure, sulla carta, il lavoro forzato non dovrebbe neanche esistere: i moderni schiavi

Un raccolto andato a male. Una malattia improvvisa. Un prestito che non si riesce a restituire. Un affitto impossibile da fronteggiare. Basta poco, a volte un nonnulla. Si contrae un debito che non si riesce a estinguere e che, anzi, cresce sempre più. E si sprofonda, così, in un tunnel dal quale uscire è spesso impossibile. O dal quale si evade solo con la morte. Una vita in ostaggio, in balia di prepotenze, soprusi, abusi, violenze. Vessati, maltrattati, addirittura rinchiusi in campi sorvegliati da uomini armati. Una vita da “schiavi per debito” che non risparmia ma, anzi, si accanisce sulle fette più vulnerabili della popolazione pachistana: le minoranze (cristiane e indù), i profughi (soprattutto afghani), le donne, i bambini. E che arriva persino a tramandarsi: un debito non saldato si trasmette inesorabilmente da padre a figlio, condannando allo stesso destino di miseria e sofferenza. Un fenomeno, quello degli “schiavi per debito”, massiccio, che restituisce il volto oscuro, atavico, resistente al cambiamento del Pakistan. E che coinvolge un “esercito” sterminato di persone. L’entità del fenomeno sfugge alle statistiche ufficiali. Si teme che questa forma di schiavitù assoggetti qualcosa come 2,3 milioni di persone, su una popolazione complessiva di 191 milioni.

Eppure, sulla carta, il lavoro forzato non dovrebbe neanche esistere. È vietato dalla Costituzione. È stato abolito dal Bonded Labor System, nel 1992. Di fatto però la legislazione non ha scalfito un sistema – quello dei proprietari terrieri da una parte e dell’organizzazione tribale dall’altra – che si regge proprio sullo sfruttamento della manodopera, sulla sistematica violazione dei diritti dei lavoratori. E che coinvolge due settori chiave dell’economia pachistana, vale a dire l’agricoltura e la produzione di mattoni nelle fornaci.

I dati “catturano” l’importanza dei due settori. L’agricoltura oggi rappresenta circa il 25 per cento della ricchezza nazionale, garantisce il 65 delle esportazioni e impiega il 45 per cento dell’intera forza lavoro del Paese. Altrettanto significativo è il contributo dell’industria dei mattoni che rappresenta il 3 per cento del Pil pachistano. Secondo stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro, sull’intero territorio nazionale pachistano sono disseminate tra le 8mila e le 10mila fornaci e vi lavorano circa 1,5 milioni di persone. Nella sola provincia del Punjab, la più popolosa e la seconda più vasta del Paese, ce ne sono 5mila mentre in quella del Khyber Pakhtunkhwa se ne contano circa 400: vi trovano impiego più di mezzo milione di uomini, donne e minori. Il meccanismo sui cui si basa il “lavoro a debito” è semplice, quanto terribile e inesorabile. I lavoratori usufruiscono di prestiti o anticipi.

Dovrebbero essere uno strumento di sopravvivenza, si trasforma ben presto in un cappio che si stringe sempre più. Pagare il debito richiede in media due anni. Ma basta poco – spese impreviste, malattie dei familiari – per non riuscire a ripianarlo. E si finisce stritolati da un meccanismo perverso che incatena a vita. Le storie degli schiavi per debito sono tutte drammaticamente diverse. E tutte drammaticamente uguali: una piccola galleria di orrori quotidiani.

Per vivere Suleman poteva contare su un piccolo campo. La sua era una situazione non certo di privilegio, ma dignitosa. È bastato però un raccolto andato a male per frantumarla. Come tanti, Suleman non ha avuto possibilità di accedere a una forma di credito. L’unica risorsa su cui poteva disporre era la forza delle sue braccia. E la sua ostinazione. Suleman ha contratto un debito. Che non ha potuto ripagare. Da allora non si è più liberato.

Altrettanto drammatica la storia di Saif. A sconvolgere la sua vita la malattia improvvisa della sorella. «I suoi reni – ha raccontato – non funzionavano. Abbiamo cercato di racimolare i soldi necessari per farla curare. Abbiamo venduto il nostro bestiame. Poi abbiamo venduto la nostra proprietà. Poi abbiamo venduto tutto quello che ci restava. Ho contratto un debito di 5mila rupie con il proprietario di una fornace. Pensavo di lavorarci per un periodo limitato di tempo. Quando gli ho detto che volevo partire, il proprietario mi ha risposto: “Hai vissuto in casa mia, hai mangiato il mio cibo. Ora mi devi 11mila rupie. Se le hai, puoi andare. Altrimenti devi tornare al lavoro”». Il dramma di Saif non si ferma qui: «Sono tornato dopo alcuni giorni e mi ha detto che avevo un debito di 30mila rupie. E la cosa è andata avanti ancora e ancora. Ora devo 350mila rupie. E non ho nessuna possibilità di rigare questo debito».

Salima, otto anni, è una dei tanti minori costretti ogni giorno ad affastellare mattoni di argilla, uno in fila all’altro. Tutto il giorno mescola acqua, fango e sabbia: è una “pathera”, una “mattonaia”. A fine giornata il bottino è irrisorio: mille mattoni, due-trecento rupie, qualcosa come 4 euro. Come tutti i bambini ridotti alla schiavitù, è esposta a rischi altissimi. Infortuni. La cecità. La morte. Eppure per Salima oggi una speranza c’è. Un segno che l’intero sistema che intrappola gli “schiavi per debito” può essere combattuto, scalfito. E sconfitto.

(fonte)


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