Claudio Domino e la persistente bugia della mafia che non tocca i bambini

(Silvia Buffa per Meridionews)

 

Aveva assistito per caso al confezionamento di alcune dosi di eroina in un magazzino della zona o, peggio, al sequestro di qualcuno che non avrebbe più fatto ritorno. Non lo sapremo mai. Ad oggi, resta ancora un mistero il motivo per cui Claudio Domino viene freddato con un colpo di pistola sulla fronte a soli undici anni, mentre gioca tra le vie della sua San Lorenzo, a pochi metri dalla cartolibreria della madre. È la sera del 7 ottobre 1986. Suo padre, impiegato alla Sip, è anche titolare di un’impresa di pulizia dell’aula bunker dell’Ucciardone, dove si sta celebrando da appena otto mesi il Maxiprocesso, un procedimento penale enorme che vede Cosa nostra per la prima volta alla sbarra. «Claudio! Claudio vieni qui». Sono passati 31 anni da quando un giovane col volto coperto accosta la sua moto e lo chiama per nome, per farlo avvicinare. Poi, quello sparo a bruciapelo.

Un omicidio inspiegabile che ha lasciato una traccia indelebile nella San Lorenzo di oggi e nei suoi abitanti. Lo sa bene anche Angelo Sicilia, l’inventore dei pupi antimafia, che con quel ragazzino ha passato pomeriggi interi a rincorrere un pallone: «È lui, quello che gli è successo, la sua morte assurda che mi hanno ispirato, che mi hanno spinto a fare quello che faccio, a raccontare Cosa nostra e le sue storie con le mie marionette», raccontava a MeridioNews quest’estate. «Lo hanno ucciso un pomeriggio del 7 ottobre dell’86, nessuno a San Lorenzo può dimenticare quel giorno. Quell’omicidio però paradossalmente è stato la mia salvezza, perché mi ha fatto capire cos’era la violenza mafiosa, è per questo che non mi sono mai perso». Per un bambino interrotto, ce n’è di contro un altro che apre gli occhi e che capisce subito che direzione dare alla propria vita. Ma Claudio Domino non è l’unico bambino privato di questa scelta.

Se ne contano oltre cento di nomi come il suo. Un numero che spazza definitivamente via il presunto riguardo mafioso per le giovani vite. Una menzogna. È una violenza trasversale, quella della mafia, che contrariamente a quanto raccontino padrini e boss, non risponde a nessun codice etico o morale, e che non guarda in faccia nessuno. Bambini compresi. Tra le undici vite falciate il primo maggio 1947, per esempio, in quella che doveva essere una giornata di festa ma che si è trasformata nella strage di Portella della Ginestra, a morire sotto i proiettili di Salvatore Giuliano e della sua banda sono anche Vincenza La Fata, che ha solo otto anni, Giovanni Grifò e Giuseppe Di Maggio, di dodici e tredici anni, e Serafino Lascari di quindici. Ma tra i giovanissimi ci sono anche i diciottenni Giovanni Megna e Castrense Intravaia, e Vito Allotta, che si spegne a 19 anni. È un massacro di giovani vite.

Solo un anno dopo ecco un altro nome, è quello di Giuseppe Letizia, un pastorello di Corleone ucciso a soli tredici anni. È l’11 marzo 1948. Quella notte, mentre accudisce il suo gregge, assiste all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, gettato da Luciano Liggio, luogotenente di Michele Navarra, capomafia di Corleone, nelle foibe di Rocca Busambra, dove i suoi resti verranno ritrovati solo 61 anni dopo. Il bambino, in preda ai deliri di una febbre altissima, viene portato dai genitori all’ospedale dei Bianchi, diretto dallo stesso Navarra. Racconta di un contadino assassinato nella notte e dopo poche ore muore in seguito a un’iniezione. La versione ufficiale parla di morte per tossicosi, ma si ritiene che il ragazzino possa essere stato avvelenato. La sua colpa? Essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. È lo stesso motivo che spegne per sempre la vita dei fratelli Pecoraro: Antonino, che ha nove anni e Vincenzo, che invece ne ha 19. Vittime innocenti della strage di Godrano del 26 ottobre 1959. A crivellarli di colpi sono i fratelli Maggio, travestiti da carabinieri e nascosti nella casa disabitata di un vicino. Antonino viene colpito al torace, ma non muore subito. La sua è un’agonia, se ne va solo dopo due giorni. Il fratello più grande, invece, muore sul colpo, dopo aver sentito gli spari ed essere accorso per aiutare la famiglia.

Il 26 luglio 1991, invece, in un’assolata Palermo, a morire è Andrea Savoca. Ha quattro anni ed è insieme al padre Giuseppe, uno degli uomini di fiducia di Totò Riina. Scarcerato due giorni prima, è pronto a portare finalmente al mare il figlio. In spiaggia, però, non ci arriveranno mai. Due killer col volto coperto a bordo di una grossa moto sparano all’impazzata dentro l’auto posteggiata sotto casa della nonna, a Brancaccio. Il padre muore sul colpo, il bambino invece qualche ora più tardi in ospedale. L’altro fratellino resta illeso a urlare disperato nel sedile della Passat ferma in doppia fila. La madre, invece, vede la scena affacciandosi dal balcone. Una vendetta di sangue per punire chi rubava senza il permesso di Cosa nostra. Trentadue anni prima, il 19 settembre 1959, a perdere la vita è Giuseppina di dodici anni, Savoca anche lei. Gioca sotto casa, in via Messina Marine, quando la raggiunge un proiettile vagante che la uccide sul colpo. A morire, però, doveva essere Filippo Drago, un pregiudicato che lì gestiva una profumeria.

E poi c’è lui, Giuseppe Di Matteo, sequestrato il 23 novembre 1993 a tredici anni da un maneggio di Altofonte. Muore, strangolato e disciolto nell’acido, poco prima di compierne quindici, l’11 gennaio 1996. I familiari, disperati, lo cercano in tutti gli ospedali, ma di lui non c’è traccia. Fino a quel «Tappaci la bocca» recapitato con un bigliettino. Una vendetta per convincere il padre Santino a non collaborare più con i magistrati e a ritrattare le sue dichiarazioni sulla strage di Capaci e sull’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo. Santino Di Matteo però non si piega, continua la sua collaborazione con la giustizia. Dopo 779 giorni di prigionia, arriva anche la decisione di Giovanni Brusca: uccidere il bambino. Una scelta da vero uomo d’onore.

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