Come cambia il ricordo ai tempi dei social

Ornella Tajani ne scrive per Nazione Indiana. E vale la pena leggerlo:

Nel web, ormai, nulla si perde. Nel suo saggio Mobilitazione totale (Laterza, 2015), Maurizio Ferraris scriveva che il web è diventato uno strumento di registrazione prima che di comunicazione, provando a dimostrare come tale registrazione sia alla base della microfisica del potere attualmente dominante. Per Ferraris addirittura «molto più della crescita demografica, il tratto caratteristico degli ultimi due secoli, che ha subito una impressionante accelerazione negli ultimi decenni, è stata la crescita degli apparati di registrazione, e di conseguenza della iterabilità di fatti, oggetti, eventi, atti». La registrazione, come è ormai chiaro, è diventata propedeutica a ogni esperienza e fruizione: non ci si telefona più, ma si lascia un messaggio registrato su Whatsapp; non si guarda più il Van Gogh al Musée d’Orsay, ma se ne archivia una copia fotografica nello smartphone, e questo per limitarmi a due esempi minimi e immediati sulla larga scala disegnata da Ferraris, per il quale

 

la registrazione è il trascendentale (ossia la condizione di possibilità) dell’emersione [che è a sua volta la «linea continua che porta dal mondo naturale al mondo sociale», n.d.r.], in quanto, attraverso la sua funzione fondamentale, che è di tener traccia di una impressione, consente il crearsi di strutture articolate.

 

La registrazione conserva la traccia dell’impressione; dunque, recuperando quella traccia, io posso, in teoria, ricevere nuovamente la medesima impressione: che ne è allora della funzione mentale del ricordo? Con «Accadde oggi» Facebook prova a convincerci di aver registrato anche i nostri ricordi, che sono invece solo la traccia parziale dell’attività compiuta sul social in quel determinato giorno.

 

Di fatto, – prosegue Ferraris – la caratteristica essenziale del web non è la trasparenza ma l’asimmetria tra ciò che sa l’utente e ciò che sanno le compagnie di gestione. La registrazione assicura un sapere su tutte le operazioni compiute in rete, di qui la situazione asimmetrica: l’utente sa molto poco, l’apparato sa tantissimo.

 

L’apparato sa tantissimo, e può decidere in questo caso cosa farci ricordare. L’utente sa molto poco, e sempre di meno, perché i dati forniti sono sempre maggiori e non lasciano traccia, le memorie un tempo archiviate nel pc diventano esterne fino a trasformarsi in cloud fluttuanti nell’etere, e le registrazioni disegnano quella «iterabilità di fatti» così fitta da farsi ingestibile per il singolo. Da un certo punto di vista, sembra quasi che la registrazione si opponga al ricordo, esonerandoci dal dovere di ricordare, perché tanto in una penna usb resterà una copia di quell’esperienza che nel frattempo sparisce dalla memoria: il ricordo, in un certo senso, diventa innecessario, finendo con l’apparire una funzione mentale desueta. La memoria si fa archivio, un archivio a portata di click, consultabile senza sforzi neuronali, senza il bisogno di attivare una qualsiasi connessione cerebrale; se è vero che essa è una forma di fiction, la sua lenta trasformazione in archivio digitale consente di selezionare agevolmente le scene da montare per ricostruire il film di una vita.
(l’articolo è qui)

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