«Sono due ragazze, una è giovanissima, sembra dormire in una nuvola di treccioline.»

(La testimonianza drammatica di Alessandro Porro, soccorritore di Sos Mediterranee a bordo della nave Aquarius, pubblicata per la prima volta su «Futura», la newsletter «privata» del Corriere della Sera)

27 gennaio 2018, Mediterraneo Centrale, acque internazionali.

La mattina è iniziata molto presto, alle 4 e mezza. In mare il solito buio e un cielo pieno di stelle. Le due squadre di soccorso hanno 20 minuti per prepararsi e alare i gommoni. Facciamo il punto della situazione sul ponte ed entriamo in contatto visivo con il target che ci ha indicato il Maritime rescue coordination centre (Mrcc) di Roma.

Un gommone con un centinaio di persone si avvicina a noi, riusciamo a vedere i volti dei migranti.
Africani, per quanto ne sappiamo, in fuga dalla Libia.
Arrivano molto vicini, forse 100 metri, i nostri rhib (rigid hull inflatable boat) sono quasi in acqua, ma siamo costretti a interrompere il soccorso.

Riceviamo un ordine perentorio dalla guardia costiera libica, che si avvicina con una motovedetta dall’altro lato della nostra nave.

Noi abbiamo il diritto internazionale marittimo dalla nostra parte.
Loro sono probabilmente armati.

Prima di prendere in carico il gommone ci scortano lontano, lasciando l’imbarcazione in difficoltà senza apparente monitoraggio. L’ordine loro è di allontanarci dalla scena, anche se siamo già in acque internazionali. Di fatto siamo vittime di una violazione delle leggi del mare, l’insieme di norme sovrastatali che regolano il soccorso in mare.

Com’è possibile che una nave di soccorso, vera e propria ambulanza del mare, debba essere allontanata mentre, secondo i regolamenti internazionali, dovrebbe invece intervenire per salvare vite umane in pericolo in mare?

In Libia, i diritti umani, soprattutto quelli dei migranti e rifugiati, vengono quotidianamente violati. Lo sappiamo dalle centinaia di testimonianze che raccogliamo a bordo. Lo dicono i report di Medici senza frontiere. Lo fotografano i giornalisti nei centri di detenzione. Lo raccontano film recenti. Noi siamo testimoni di tutto questo, in mezzo al mare. Compravendita di uomini e donne per estorcere denaro. Riduzione in schiavitù. Impossibilità di lasciare legalmente il Paese. Operazioni di respingimento che violano la Convenzione di Ginevra del 1951, convenzione che la Libia non ha mai firmato. Ci troviamo di fronte a respingimenti mascherati da operazioni di soccorso. A non denunciarlo, saremmo complici.

A bordo, la fastidiosa impressione che a terra, all’Europa, non importi a nessuno. Cosa si rischia a cercare di passare la frontiera marina che separa la Libia dall’Europa? Semplicemente la morte. Morte che è una prospettiva migliore che la detenzione in Libia, stando alle testimonianze che raccogliamo a bordo.

Ne abbiamo avuto la prova due ore dopo il soccorso che ci è stato impedito. Sempre l’Mrcc di Roma ci segnala un altro target a breve distanza.
All’arrivo troviamo il solito gommone con il solito centinaio di persone a bordo.

Ma questa volta molte sono già in acqua.

Il gommone ha iniziato a sgonfiarsi prima del nostro arrivo e le persone scivolano in mare. Una dopo l’altra. Si è fatto giorno e vediamo chiaramente i corpi degli annegati galleggiare e testa in giù.
Qualche corpo è ormai pieno d’acqua e scivola nella trasparenza del mare.
Non c’è quasi onda.
Visibilità ottima dell’orrore che abbiamo accanto.
Lanciamo in acqua tutti i nostri dispositivi di soccorso: tre gommoni, tre zattere, due gonfiabili, centinaia di giubbini di salvataggio. Iniziamo a recuperare corpi di vivi e di morti. Iniziamo il massaggio cardiaco già a bordo dei rhib. Uomini su uomini su donne su bambini. Le compressioni toraciche fanno uscire dalla bocca degli affogati la schiuma che si è formata nei polmoni. Nel «giorno della memoria», queste cataste di corpi ricordano immagini che speravamo essere perse nella storia.

A bordo dell’Aquarius il team medico compie letteralmente dei miracoli, che da ateo posso riconoscere come tali. Di nove persone in arresto cardiaco 7 vengono salvate. Fra loro anche bambini. Molti di più i corpi che lasciamo dietro, che sono già in fondo al mare.
I sopravvissuti parlano di 130 persone a bordo.
Noi fra i sommersi e i salvati ne contiamo 101.
La matematica della paura. Le operazioni di soccorso vanno avanti per oltre due ore. Troviamo persone esauste che non si reggono in piedi, gente che non ha la forza di saltare sui nostri rhib. Noi soccorritori siamo fisicamente finiti, senza più voce. Abbiamo perso il conto delle persone issate a bordo, di quanti bambini in arresto cardiaco abbiamo dovuto rianimare. Quando risaliamo a bordo dell’Aquarius la clinica è in piena attività. Un elicottero della marina italiana ci viene in supporto per evacuare le persone più gravi. Solo al tramonto la situazione diventa più stabile e comprensibile. Iniziamo a raccogliere testimonianze e fare la conta dei dispersi. Madri che cercano figlie, figlie che hanno perso madri e sorelle.

Ci spetta il triste compito del riconoscimento dei cadaveri che abbiamo a bordo.
Sono due ragazze, una è giovanissima, sembra dormire in una nuvola di treccioline.

Alessandro Porro, soccorritore di Sos Mediterranee a bordo della nave Aquarius


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Una risposta a “«Sono due ragazze, una è giovanissima, sembra dormire in una nuvola di treccioline.»”

  1. non riesco a mettere mi piace, perché questo no non mi piace per niente condivido questo si.

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