La Libia siamo noi

«La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici»: sono le parole (messe nero su bianco) da Nunzio Sarpietro, giudice di Catania, nel decreto di convalida del sequestro della nave di Open arms. Dice, fuori dal lessico giudiziario, che è l’Italia a coordinare e decidere ciò che avviene in quelle acque, è l’Italia che ricaccia indietro i disperati in fuga, è l’Italia che si occupa, travestita da guardia costiera libica, dei respingimenti in aperta violazione di tutti i trattati internazionali di cui si fregia.

La vera notizia, quindi, non dovrebbe essere l’ennesima inchiesta già mezza sbriciolata del pm Zuccaro ma piuttosto il fatto che l’Italia, con tutto il suo finto carico di contrizione istituzionale, debba raccontarci ben altro. Scrive il giudice: «Si è creato un polverone intorno all’ong spagnola Open arms ma in pochi stanno ponendo attenzione su ciò che dicono realmente gli elementi di indagine. All’interno della ricostruzione dei fatti il giudice riconosce, per esempio, che l’ong ha ricevuto minacce esplicite anche con armi e che la situazione in Libia è quella che conosciamo, ma si spinge ad effettuare osservazioni che ritengo non condivisibili sul piano giuridico. L’interpretazione delle norme vigenti sul favoreggiamento (art. 12 d. lgs. n. 286/1998) mi sembra infatti discutibile alla luce della riserva di legge assoluta in materia di misure restrittive della libertà personale (art. 13 Cost.) e soprattutto della riserva di legge in materia di stranieri e di diritto di asilo (art. 10, commi 2 e 3 Cost.). Inoltre si dice che Open arms, come le altre ong, non può decidere a propria discrezione dove portare le persone, perché questa decisone fa parte di accordi tra gli Stati, con un ragionamento che sembra dimenticare che la materia non è e non deve essere soggetta alla discrezionalità degli Stati ma solo alle normative internazionali sul soccorso in mare e alle normative sulla protezione dei rifugiati e sul divieto di tortura. Inoltre si parla del Codice di condotta come di una sorta di norma regolamentare auto accettata, quando nella realtà esso non è una fonte secondaria. La ricostruzione infine non si sofferma, invece, su quanto prevedono la convenzione di Ginevra, le leggi internazionali che regolano il soccorso in mare (che l’associazione umanitaria è tenuta a rispettare) e sulle ragioni per cui non era possibile individuare nella Libia un luogo sicuro».

In pratica, la Libia brutta sporca e cattiva, che Minniti e compagnia hanno provato a farci credere che fosse rieducata e ammorbidita dal nostro bravo governo, in realtà siamo noi. E non siamo colpevoli del silenzio su ciò che accade, ma evidentemente siamo la causa degli accadimenti. Del resto è un vecchio trucco che funziona sempre quello del poliziotto buono e del poliziotto cattivo che convergono sullo stesso risultato finale.

Buon venerdì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/03/30/la-libia-siamo-noi/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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