«Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?»

In Svezia, anche in Svezia, la campagna elettorale si è giocata tutta sull’immigrazione. Anche lì i socialdemocratici hanno cominciato a inseguire la destra (o meglio: si sono fatti mangiare dalla destra e dal centrodestra visti i risultati elettorali) riuscendo nel capolavoro di fare apparire un illuminato moderato il leader destrorso Jimmy Akesson che in cerca di voti al centro si è lanciato a dichiarare: «non potremo essere per sempre un Paese dai capelli biondi e dagli occhi azzurri». Roba che qui da noi sarebbe derubricata come buonismo, per dire.

Sicurezza, integrazione, cifre (sparate un po’ a caso) sull’accoglienza sono state all’ordine del giorno, tutti i giorni, sulle prime pagine di tutti i giornali. Se la capacità di un leader sta nell’autorevolezza di ristabilire le priorità di un Paese la vincitrice delle elezioni però è una ragazzina di 15 anni che ha spaginato la propaganda restando seduta per settimane fuori dal Parlamento. Greta Thunberg ha scioperato dalla scuola per distribuire volantini per raccontare ai suoi concittadini che l’estate svedese più calda degli ultimi 262 anni non è un accidente del meteo ma il frutto (marcio) di un’economia che considera i cambiamenti climatici l’inevitabile conseguenza delle folle rincorsa alla produttività e al capitalismo. L’hanno intervistata da tutto il mondo, quella ragazzina con il suo cartello appoggiato di sbieco vicino allo zaino viola. Ha costretto la politica nazionale a rispondere.

In molti si sono uniti alla sua protesta: il suo professore Benjamin Wagner ha rinunciato a tre settimane di stipendio pur di essere lì. «Tutti sanno e nessuno reagisce. Greta è una rompiscatole, ma in questi casi l’unica cosa ragionevole da fare è essere irragionevoli», ha dichiarato ai giornali. Quando la ragionevolezza diventa un benpensare comodo per proteggere gli interesse di pochi danneggiando i molti diventa un dovere reagire.

Qualcuno ha detto che Greta dovrebbe studiare piuttosto che rompere le scatole. Lei ha risposto: «Se i politici non fanno niente, è mia responsabilità morale fare qualcosa. E poi perché dovrei andare a scuola? I fatti non contano più. Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?». E io, non so voi, la trovo la dichiarazione più politica che mi sia capitato di ascoltare in questi ultimi mesi.

Io voto Greta. Voto le persone che escono dai social, che non si fanno bastare gli inorridimenti privati, che sono disposte a manifestarsi oltre che genericamente manifestare, quelli che ritengono doveroso avere risposte reali piuttosto che fumosi annunci. Quelli che sono disposti a rimetterci qualcosa. “Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere”, diceva Brecht. Prima o poi vincono, i fatti.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/09/10/se-i-politici-non-ascoltano-gli-scienziati-perche-mai-dovrei-studiare/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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