Non si può dire sempre no. Quindi sempre sì

È una riflessione che mi rimbalza in testa da un po’ di tempo e che in questi giorni mi si è acutizzata: nel campo delle semplificazioni, in quel banale prato verde in cui tutto è bianco oppure tutto è nero, galoppano felici da qualche anno quelli che lamentano l’esistenza del fronte del no. Li chiamano quelli che dicono no a tutto e nella definizione tengono dentro collettivi diversi, siano loro cittadini o partiti o associazioni, che decidono di contestare un’opera pubblica. Una qualsiasi.

Non scervellatevi troppo: non conta quale sia il progetto, l’importante è dividere l’umanità in due scaglioni immediatamente riconoscibili, sempre per quella storia del tifo come unico motore del consenso di cui mi è capitato spesso di scrivere. Vorrebbero farci credere, questi innovatori che si intestano qualsiasi cambiamento come una vittoria indipendentemente dal fatto che sia in meglio o in peggio, che esista un partito del no contro le opere pubbliche, tutte le opere pubbliche, che va combattuto con un partito del sì a favore delle opere pubbliche, tutte le opere pubbliche.

Sia chiaro: non si tratta solo della manifestazione Sì Tav di Torino (a proposito: in prima fila campeggiava uno striscione, proprio nella prima fila davanti a tutti, in cui si leggeva No ZTL a pagamento, roba da film neorealista) ma in generale della bassissima densità del dibattito sulle opere pubbliche. Sembrano esserci in campo solo due partiti: quelli del sempre sì e quelli del sempre no? Ma non vi sembra una cagata colossale?

Dico: è possibile che tutte le Grandi Opere (che è un marchio che meriterebbe di essere registrato come la Coca Cola o Babbo Natale) siano totalmente giuste o totalmente sbagliate? Davvero i nuovi progressisti sono coloro che cambiano per il gusto di cambiare e i presunti conservatori sono tutti quelli che hanno qualcosa da ridire? Ma la banalità della discussione non vi fa esplodere il cervello?

Va bene fare opposizione, per carità, ma un corsivo di Repubblica di ieri rende bene l’idea:

“Siamo qui per dire sì al futuro, sì al lavoro”, ha detto Mino Giachino, che ha parlato dall’autobus scoperto utilizzato come palcoscenico di fronte a Palazzo Reale. Tanti i cartelli Sì Tav e i tricolori, le uniche bandiere ammesse dagli organizzatori della manifestazione. Giachino, sottosegretario ai Trasporti nell’ultimo governo Berlusconi, ha dedicato l’iniziativa a due “imprenditori lungimiranti”, Sergio Pininfarina e Sergio Marchionne. Ed ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine che “per vent’anni si sono presi gli sputi e le botte in Val Susa”. “Ce ne hanno fatte di tutti i colori – ha concluso – ma dopo vent’anni siamo ancora qui a dire sì”.

A posto così? Approfondire, argomentare, magari?

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/13/non-si-puo-dire-sempre-no-quindi-sempre-si/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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