È sempre il solito razzismo, anche senza pallone

Kalidou Koulibaly è un difensore francese naturalizzato senegalese che gioca nel Napoli, in Serie A. Nell’ossessiva mercificazione della bontà rarefatta in salsa natalizia la Lega Calcio ha pensato di proporre anche da noi (in Inghilterra accade da anni) una giornata di campionato in versione natalizia per “portare le famiglie allo stadio” (hanno detto i responsabili della Figc). Non è andata benissimo, no.

Nella partita Inter-Napoli Koulibaly è stato tra i migliori in campo, come spesso succede. È stato anche bersagliato da buuu, ululati e versi scimmieschi che per tutta la partita l’hanno colpito in quanto nero. Anzi, negro, come si dice oggigiorno. Anche questo succede spesso: dai campi di Serie A fino a quelli di provincia il razzismo, insieme alla violenza, il colore della pelle diventa una caratteristica da insozzare con i più plateali insulti.

All’esterno dello stadio di San Siro si sono susseguiti violenti scontri tra tifosi. C’è anche un morto: Daniele Belardinelli, 35 anni, è stato investito da un’auto durante i tafferugli.

Come era prevedibile si sono alzati i peana di chi condanna le violenze e i cori razzisti come se lo stadio fosse un mondo a parte, come del resto torna utile e comodo credere e lasciar credere. C’è un altro particolare interessante: la vittima e i carnefici sono stati puniti allo stesso modo. Koulibaly si è preso due giornate di squalifica per l’espulsione guadagnata in campo (eh, sì, ha perso la pazienza, che vergogna, nevvero?) e due giornate di squalifica alla curva dell’Inter. La pilatesca giustizia sportiva ha trovato una comoda via d’uscita. Niente da dire invece su una gara che sarebbe stata da sospendere per inciviltà. Non sia mai che lo spettacolo si interrompa.

Poi ci sono due frasi, tutte e due da incorniciare. Una l’ha pronunciata la vedova dell’agente di Polizia che perse la vita proprio fuori da uno stadio, Marisa Raciti: «Bisogna investire di più nella cultura, nella scuola e nell’informazione. Tutto il sistema è carente da questo punto di vista e non mi stupisco se a 12 anni dalla morte di mio marito il linguaggio è sempre quello. Mio marito tornava a casa sempre ferito, fin quando non è più tornato». Poi c’è la dichiarazione di Koulibaly: «Mi dispiace la sconfitta e soprattutto avere lasciato i miei fratelli. Però sono orgoglioso della mia pelle. Di essere francese, senegalese, napoletano, uomo».

Eppure quella gente (quelli che vanno allo stadio a vomitare insulti a un nero perché nero) a fine partita si sparge per le strade, va a lavorare in ufficio, si ferma a chiacchierare nei bar: sono il Paese. Anzi, ad ascoltare la propaganda, verrebbe da dire che la maggioranza degli italiani la pensi esattamente come loro. Uno stadio che oggi più o meno è al 30%. Perché allora questo futile stupore? Abbiate il coraggio di esserne fieri. O no?

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/12/28/e-sempre-il-solito-razzismo-anche-senza-pallone/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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