«il romanzo è su di noi. Su cosa siamo, su cosa ci stiamo avviando a essere, su cosa diventeremo»: L’Osservatore Romano recensisce Carnaio

(di Giulia Galeotti, L’Osservatore Romano, fonte)

L’oggi e il domani mescolati assieme con lucidità e crudezza: Carnaio (Roma, Fandango 2018, pagine 218, euro 17), l’ultimo romanzo di Giulio Cavalli — scrittore, giornalista e attore sotto scorta per la sua lotta contro la mafia — riflette sul rapporto tra noi e loro. Tra noi, abitanti di un occidente meta e sogno di tanti, e loro, i fuggitivi, i disperati che scappano da privazioni e violenze sperando in una vita migliore.

«“Questo non è un cadavere del nostro mondo, signor commissario”. Sembrò a tutti una frase rotonda, perfetta». È un giorno di marzo quando, attraccando al pontile, Giovanni Ventimiglia, da tutta la vita pescatore a DF — un paesino del Mediterraneo arroccato sulla costa — trova un cadavere. È di un uomo rimasto in acqua per giorni e giorni, un ragazzo non di quelle parti, forse dell’Est o del Sud, uno di colore: sicuramente uno non «del nostro mondo».

Questo ritrovamento, con cui si apre il romanzo, è il primo di una lunghissima serie: in breve tempo, infatti, il mare scarica su DF orde di cadaveri che vanno a invadere marciapiedi, case, vie, uccidendo chi ci vive. Sono cadaveri tutti identici tra loro: tutti giovani, tutti neri, tutti di identico peso e altezza. Soprattutto, tutti stranieri («Lo spazzino disse che per fortuna non gli avevano mica fatto tanto effetto, solo un giramento di testa, nel vederli così diversi, così altri, mica come noi»).

Le autorità locali non si raccapezzano tra questi cumuli di morti da identificare e gestire, chiedono aiuto ma dalla capitale prendono tempo, impongono accertamenti, tanto che, per non venire sommersi, i cittadini escogitano un sistema per domare l’emergenza, traendone ben presto enormi profitti economici. Perché quei cadaveri, da subito considerati cose, offrono un materiale prezioso da reinvestire per cucinare, generare energia, produrre abiti, borse e mobilio. Un materiale che farà di DF una potenza mondiale.

Una potenza mondiale terribilmente infelice, però: per reggere le fila del cambiamento, infatti, la città si trasforma in una dittatura da cui non è possibile entrare o uscire, in cui non v’è spazio per il dissenso. «Chi non si adatta diventa straniero. Chi è straniero diventa un impiccio, anche se un’ora prima era tua moglie, tuo fratello, tua figlia».

Nel fluire incalzante del romanzo, lo scenario generale sembrerebbe fantascientifico, eppure qualcosa stona terribilmente. Perché le singole tessere che compongono il puzzle di Cavalli — nella loro mostruosa miscela di carne, potere, egoismo e denaro — sono spaccati del nostro oggi. Nel crescendo angosciante guidato dalla paura del diverso, tutti — dal parroco al sindaco, dal medico al conduttore televisivo, dalle forze dell’ordine alla segretaria e alla signora bene — vengono travolti, perdendo ogni bussola. Perché ogni confine tra giusto e ingiusto, tra ammissibile e inammissibile è stato spazzato via.

L’oggi e il domani mescolati assieme con lucidità e crudezza, dicevamo, riflettendo sul rapporto tra noi e loro. In realtà, però, Carnaio è qualcosa di più. Loro, infatti, sono solo il casus belli: il romanzo è su di noi. Su cosa siamo, su cosa ci stiamo avviando a essere, su cosa diventeremo. Quindi, più che fantascienza, si tratta di un’analisi. Schietta e durissima.

di Giulia Galeotti

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