E così Carnaio finisce al Premio Strega

All’inizio era un sogno. Poi è arrivata la lettera di presentazione di Concita De Gregorio (e chi mi segue sa quanto io voglia bene e stimi Concita) e siamo rimasti tutti basiti. Eccola qua (dal sito del premio):

«Giulio Cavalli in Carnaio racconta la storia di un piccolo paese affacciato sul mare, DF, dove d’un tratto cominciano a essere sputati dalle onde corpi senza vita di uomini tutti uguali. Come dice Giovanni Ventimiglia, il pescatore che per primo si imbatte in uno di loro: «Se galleggi, sei morto o sei una cosa, nel mare». Nessuno sa da dove vengano, i cadaveri che arrivano a DF (Distretto Federale, potreste pensare se conoscete l’America Latina). Nessuno in realtà ha intenzione di scoprirlo: vorrebbero solo che sparissero, che ritornassero a inabissarsi lasciando intonse le loro strade e le loro vite. Questo fino al giorno in cui un’onda di carne e vestiti non intasa le vie, sorprende le persone a passeggio e le travolge: il problema dei cadaveri richiede ora un intervento. Ci vuole un’idea, una soluzione. Eccola: i corpi da persone diventano cose e le cose possono essere trattate come oggetti. A DF tutto cambia, i cadaveri da problema si trasformano in materia prima, l’economia: della città si converte e si indirizza a trarre profitto da quello che hanno da offrire: la carne e la pelle. In un mondo distopico, immaginario eppure più vero del reale il libro di Giulio Cavalli racconta il nostro paese. Una denuncia letteraria scritta magistralmente, un ritratto inclemente del mondo che stiamo costruendo: il racconto di una comunità che si organizza per far fruttare la sventura, il termometro sociale e politico del tempo che viviamo. Potremmo diventare, siamo già diventati DF: il paese chiuso, appestato, impenetrabile dove gli abitanti si arricchiscono e blindano il segreto inconfessabile della loro ricchezza mentre sono, nel tripudio del cinismo, destinati all’estinzione. «Ai soccorsi, arrivati con poca voglia di soccorrere, DF si presentò come una palla di vetro con neve, quelle dei mercatini dove gli ambulanti portano guanti tagliati sulle dita. Le palle di vetro provocano la felicità più meravigliosa e più breve che si possa provare in natura, il tempo di uno scrollo, i più resistenti ne fanno due, e poi finiscono nel comò per almeno tutta una generazione, vengono ritrovate quando sono morti da un pezzo sia gli acquirenti che gli ambulanti e un bambino la scrolla di nuovo, una volta, massimo due. DF era cosi. Senza scrollo. Con le mosche al posto della neve.»


È l’inizio di un cammino che sarà difficile ma possiamo già dire di essere soddisfatti. Soddisfattti soprattutto perché Carnaio ha avuto un’accoglienza inimiganniabile. Ora, spero, capirete anche perché stavamo aspettando di programmare tutte le presentazioni che ripartono (a proposito: scrivete a sabina.degregori@fandango.it e vi prometto che proverò ad esserci a tutte, tutte).

Qualcuno mi chiede, cosa possiamo fare? Leggerlo ma soprattutto farlo leggere e parlarne, farne parlare. Carnaio orami da mesi è un rumore di sottofondo di cui è mi possibile non accorgersi. Più gente ne parla e più abbiamo la possibilità di andare avanti.

Intanto un grazie. Di cuore. A voi. Tutti. A Fandango. A Lavinai e Tiziana che se ne sono prese cura. A Concita che l’ha preso a cuore. A voi che ogni giorno m i inondate di messaggi.

Vi voglio bene. Davvero.

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