«Io mi sento di dire grazie a Giulio per questo romanzo (per gli altri due, per i suoi spettacoli per il blog che leggo come un quotidiano) e di suggerirlo, portarlo nelle scuole, perché è un dono d’amore»: Marco Radessi recensisce Carnaio

GIULIO CAVALLI – CARNAIO FANDANGO EDITORE

A DF il pescatore Giovanni Ventimiglia trova un morto all’attaccatura del pontile e poi Fitto, il cane della Lilly, ne annusa un altro sulla spiaggia. In breve, la superficie del mare è un sipario orizzontale che si apre e sfonda del tutto paratie e quinte e sputa sul palcoscenico del paese cadaveri tutti simili per dimensioni e colore della pelle. I corpi occupano ogni spazio calpestabile di DF: nel parlare quotidiano diventano ‘quelli’, per restare separati dagli indigeni.
La città è in preda ad un’invasione di pelle e organi umani: maschi giovani e ugualmente muscolosi rendono necessaria la reazione delle autorità cittadine (sindaco, medico, parroco, commissario). Roma se ne frega delle richieste di aiuto e si decide per l’azione pensata e costruita in casa. Come liberarsi di questi morti? Come trasformare l’operazione di ripristino della normalità in una dimostrazione di ‘città del fare mica del parlare’ e in un tornaconto elettorale? L’imprenditore fatto in casa ha pronto il progetto. E’ necessario governare il tempo, ripristinare la misura giusta, borghese della città (parole della Lilly, mica…). Sì, la trovata c’è ed è geniale. Grazie al sindaco, proprio ‘uno di noi’, e al buon cuore dell’imprenditore locale che finanzia l’impresa, questa comunità di morti restituirà, a costo zero di manodopera, il paese ai ‘vivi’ che li ha (r)accolti, consegnando alla parola tolleranza il più atroce e delirante – ma non per questo incredibile – dei significati. Inizia così – per accelerazioni narrative e immagini iperboliche ben salde sotto il controllo preciso e puntuale dell’autore – l’unico finale possibile per questo paese che ha scelto l’isolamento. .
Il ritmo sostenuto della scrittura e l’acuta vitalità della storia di Giulio Cavalli, rende impietoso il ritratto di DF. Immagini crude e roventi come lapilli ci rimbalzano sotto il naso fino a ustionarci: lasciano il segno e mettono in moto la domanda: ma qual è il limite, a che punto si fermeranno? Fino a quanto oltre è disposto a spingersi il paese (che poi sono i vivi: persone, cittadini, autorità comunali e clericali…) per darsi ragione e autogratificarsi?
A un terzo della lettura mi sono chiesto qual è il gancio che mi tiene appeso a questo libro, al litorale, ai personaggi e al succedersi di fatti tanto deliranti e rocamboleschi. Cosa mi porta a calpestare questi cadaveri e perché non mi sento in un racconto di fantascienza?
Ho proseguito la lettura e la mia memoria ha ‘riportato a galla’ il ricordo dei trecentosessantotto morti e i venti dispersi di Lampedusa; tutti gli altri ‘futuri mancati’, mutati in semplici addendi da sommare; il blocco delle partenze nei ‘porti sicuri’ dell’Africa (aspetto che qualche genio in divisa organizzi, da papà, una colonia estiva per i bambini, in nome della lotta alla povertà (o ai poveri?); i porti chiusi, qui non sbarca più nessuno; Mimmo Lucano; la nave Diciotti della guardia costiera non può attraccare; barche, gommoni ed esseri umani usati come voto di scambio di una battaglia erlettoralnavale, fino alle frittelle solo per bambini italiani regalate al luna park e ‘mica prendiamo una di Palermo’ Altro che DF, Giulio! Ancora un paio di alzate di genio, riusciamo ad andare oltre.
Poi vado ad un incontro sul decreto sicurezza e sento che a gennaio febbraio 2017 gli sbarchi sono stati 9448 (nell’anno 119.000); negli stessi mesi del 2018, 4731 (nell’anno 23.000); nello stesso periodo 2019, 215 e penso a ‘quelli’ fermi nelle zone sicure della Libia. Sento che con cinque milioni circa di immigrati regolari che qui lavorano, pagano le tasse e lasciano alla fine un bel gruzzolo nelle casse dell’Inps, il problemone del momento è stato per settimane come evitare lo sbarco di 47 migranti dalla Sea Watch.
Allora ho detto ok, Carnaio di sicuro non è fantascienza.
Non so se il termine ‘narrativa civile’ sia già in uso, ma questo romanzo (con tema diverso da ‘Santamamma e ‘mio padre in una scatola di scarpe’) gli appartiene, proprio per il filo che lo lega a questi giorni, che ormai sono anni, di crudeltà e legnosità mentale verso un problema che nessun mare, paratia o interesse elettorale trasformato in interesse per gli italiani, (af)fondato sulla paura e la miseria, può fermare.
La mareggiata è pericolosa, mortale, trascina in fondo anche col mare basso.
Io mi sento di dire grazie a Giulio per questo romanzo (per gli altri due, per i suoi spettacoli per il blog che leggo come un quotidiano) e di suggerirlo, portarlo nelle scuole, perché è un dono d’amore, per la sua scrittura esilarante e puntuale, mai ‘scontata’ e senza ‘sconti intellettuali’, dalla schienadritta come il suo teatro. Sono quei momenti in cui mi capita di respirare il profumo di quella pulizia e trasparenza ormai rari che a me personalmente scalda il cuore, tiene allenata la memoria e mi offre la possibilità di un’informazione senza sconti e pelosità.

Marco Radessi

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