«E questa lotta disumana e stomachevole – che non ha vincitori ma solo vinti – in nome di cosa si combatte?»: The Freak recensisce Carnaio

Naufragio al largo della Libia. 117 morti.
Alessandro Leogrande in “La frontiera” scrive: “Schiere di profughi attraversano la Libia alla ricerca della prima costa utile da cui imbarcarsi. Intrecciano il proprio destino a quello di un paese dilaniato dalla guerra. Ma prima di lanciarsi nel Mediterraneo hanno attraversato il deserto, il loro viaggio è durato otto, dieci, dodici mesi, spesso anche di più. Sono partiti da paesi più a sud e più a est. Quasi tutti sono pienamente consapevoli dell’inferno che li attende, sanno bene che la tratta è controllata da trafficanti privi di scrupoli, un rosario di passeurs che taglia le rotte dell’Africa. Se lo fanno, se continuano a scappare in massa, è perché stanno sfuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”.
Alessandro Leogrande scrive. E il mare si riempie di sangue. Alessandro Leogrande scrive, e il nostro Ministro degli Interni aggiunge – “I nostri porti rimangono chiusi “-.
Il nostro Ministro degli Interni – che non ha mai letto Alessandro Leogrande – riduce il problema alla chiusura di un porto. E allora mi è venuto da pensare al sindaco di DF – il centro del mondo che scivola verso l’orrore -.
Perché, in mezzo a tutto ‘sto sangue dentro il mare, il vero oblio ce l’abbiamo dentro i nostri confini inumani.
DF è il paesino attaccato alla costa dell’ultimo romanzo di Giulio Cavalli,“Carnaio”.
Si tratta di un romanzo feroce e drammatico, distopico. E pure, dentro una storia per metà fantascientifica e per metà macelleria umana, alcune tendenze sociali e politiche non sembrano così lontane e ipotetiche dalla realtà macabra e molliccia di cui siamo spettatori.
DF è un paesino attaccato alla costa, come tanti. Un paesino che diventa un carnaio. C’è un’onda umana. Inondazioni di corpi, morti. Morti che terrorizzano e poi diventano cibo, e soldi. Corpi che fanno ricchezze senza scrupoli, e nessuna pietà. Corpi che alla fine uno si abitua pure a un addome che si apre e diventa un inciampo o un avambraccio che si lega alla caviglia. I corpi di quelli sono tutti uguali. Stesse dimensioni, stesso colore, stesso peso, e stessa consistenza. Una rappresentazione di massa che sottende un dramma di dimensioni enormi – e pietoso – quando si parla di vittime del mare. Ridurre tutti alla categoria di “vittima” – definizione che ammazza due volte – non racconta niente della complessa vita individuale degli esseri umani. Uccide l’uomo, e la sua storia – trasformando le morti in mare in una piovra indistinta. Morti tutte uguali. La storia che c’è dietro il confine è diventata secondaria per noi che siamo dalla parte giusta di questo abisso blu.
La lettura del libro di Cavalli e le morti atroci degli ultimi giorni riportano – inevitabilmente – a un tema delicato eppure strumentalizzatovergognosamente dalla politica italiana: il viaggio disperato verso il Mediterraneo, la morte dentro il Mediterraneo. L’operazione Mare Nostrum, conclusa il 31 ottobre 2014, ha lasciato un vuoto in termini umanitari rispetto ai flussi migratori e imbarcazioni morenti in mezzo all’acqua.
Il Governo non sembra interessato alla morte di quelli. Giulio Cavalli scrive di una barriera di plexiglas che chiude il mare a DF, dei genitori che portano i figli a guardare come si schiantano i corpi già morti di quelli, di una città infettata dal virus dell’indifferenza. È atroce. E non così lontano da questi muri che ci stiamo costruendo attorno.
In “Carnaio” ci sono parole che riportano a una realtà di fazioni, di guerriglie tra bandiere sventolanti in nome di chissà quale patria: i nostri morti, il cimitero di quelli, noi e quelli, ma chi sono quelli? E questa lotta disumana e stomachevole – che non ha vincitori ma solo vinti – in nome di cosa si combatte?
“Alla gente non interessa approfondire, a loro basta che i guanti siano morbidi, le giacche siano calde, i cuscini siano soffici, le borse siano resistenti “- scrive Giulio Cavalli, dentro la conceria di pelli umane di DF.
E a me tutto questo fa tanta paura. Mi fa paura il muro di plexiglas, le parole spavaldamente indifferenti, mi fa paura quella pagella cucita dentro la tasca di un bambino affogato. Mi fa paura il buio della notte.
Siamo tutti noi i cittadini di DF quando smettiamo di pensare all’umanità e ci resta il misero individualismo. Ma quello che rimane è una rimanenza. Come i porti chiusi, e le frontiere.
“Se lo fanno, se continuano a scappare in massa, è perché stanno sfuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”.

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