«La Macondo dell’orrore»: Damiano Sinfonico recensisce Carnaio

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Non è facile immaginare un romanzo costruito sul dramma principe dei nostri anni, ovvero l’ostilità verso gli uomini e le donne che raggiungono il nostro continente. Ci ha provato Giulio Cavalli (1977), autore anche di testi teatrali e di inchiesta, nonché attivo nella militanza politica e nella lotta alla criminalità organizzata: il suo Carnaio, edito da Fandango Libri nell’autunno del 2018 e ora nella cinquina del premio Campiello, affronta il tema con tinte surreali e grottesche, elaborando l’intenzione politica con uno stile efficace.

In un punto imprecisato del sud Italia (a due ore da Malta, si dice), un paesino viene sconvolto prima dalla comparsa di alcuni cadaveri, poi da delle ondate (letteralmente) di centinaia e poi migliaia di corpi morti, che ricoprono le strade, entrano dalle finestre aperte, risalgono i tubi affiorando smembrati dai gabinetti. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per erigere una barriera di plexiglas sulla spiaggia e trasformare il dramma in un’opportunità economica, usando i corpi come materiale combustibile per una centrale elettrica, cibo e pelle da concia. Intanto l’isolamento porta i cittadini a separarsi dall’Italia e a costituirsi come Stato indipendente, arrivando a chiudere le frontiere, espellere i giornalisti e infine costruire una campana di vetro per segregarsi dal mondo.

Iniziamo dalla chiave politica del romanzo, anticipando però che questo non si riduce a quella. Più che l’evidente presa di posizione dell’autore, interessante è la rappresentazione del lento degrado e scivolamento verso una barbarie assoluta. La forza del romanzo sta nel dare forma, anche linguistica, a questo declino. La trama avanza in una atmosfera trasognata, e il paesino, questa Macondo dell’orrore, sembra appartenere contemporaneamente tanto ai nostri litorali quanto alle carte letterarie. Le pulsioni che vi prendono corpo sono estreme, eppure serpeggiano anche nei comizi di questi mesi. In tutto il libro c’è quest’aria continuamente sospesa, tra immaginazione e realtà, eppure alcuni suoi personaggi sembrano avere un piede nell’una e un piede nell’altra.

Giulio Cavalli ci dice che chi arriva dal mare «non è un cadavere del nostro mondo», che quegli uomini sono «diversi, così altri, mica come noi» e per tutto il romanzo saranno designati come «quelli». Ci mostra anche come nel paesino sorga l’intolleranza, da un primo sentimento di insicurezza all’arroganza contro i “professoroni” e i politici di Roma, dal bisogno di gestire rapidamente l’emergenza alla volontà di rimuovere tutti quei vincoli che garantiscono una convivenza democratica. Il risultato è racchiuso in due frasi mirabili: «la città si affievoliva in una convivenza che si era fatta aceto» e la «città come assembramento di persone sole allevate in una serra».

Viene da chiedersi se un’opera così congegnata riuscirà a scalfire il dibattito politico o a convincere qualche lettore con idee diverse. Anche se la risposta sarà probabilmente negativa, credo che il libro abbia il merito di saper comporre nell’immaginazione una figura precisa dell’orrore verso cui si potrebbe scivolare. Carnaio aiuta a fare chiarezza dell’oscurità in cui ci muoviamo, mostrando tutta l’irrazionalità delle paure, delle pulsioni e dell’imbarbarimento politico del nostro tempo.

Il romanzo fa leva non solo sulla densità dei temi, ma anche sulla forza della lingua. Nelle mani di Cavalli essa appare ravvivata, fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse. Estraggo per esempio un periodo (il dialogo tra la donna che ha trovato il secondo cadavere e il commissario):

Sì, certo, è vero, disse Lilly, ma prova a metterti nei miei panni, noi non abbiamo mica sempre la pistola in tasca, noi non sappiamo chi ci possiamo trovare di fronte, chi ci capita di incrociare, tocca a te spiegarci che va tutto bene, e non fare l’errore di sottovalutare il sentire comune, di irridere gli spaventati, pretendiamo rispetto da chi ci deve proteggere, e lui insistette ancora, calma, serve calma, ci sono inezie che si ingrossano e diventano torrenti, potrebbero essere due pescatori, due mozzi di qualche nave straniera, due contrabbandieri che hanno sbagliato rotta, anzi, sospirò il commissario e lo disse come si confessa un segreto di Stato, è più che un’ipotesi che fossero insieme, dico da vivi che navigassero insieme, imbarcati sulla stessa barca che magari ritroveremo arenata tra una settimana, quindi sarebbe il caso di valutare i due morti come se fossero uno, due rami dello stesso troncone di indagine, una sola sventura, un accadimento disarmante che banalmente si ripete perché si trascina la coda, ma che è già avvenuto anche se si ripresenterà di nuovo, qualcosa che tocchiamo ma non c’è già più, i resti di una storia che possiamo considerare passata, il resto, non so se mi segue, se le è chiara la metafora, e proprio per questo ciò che adesso davvero conta è non scaldare gli animi, trattenere il gusto di confezionare allarmi. 

Inoltre la pagina è impreziosita da espressioni ingegnose (la più bella: «un viandante viandato nella corrente») e parole rare (tra cui «smandrappato», «szoccolare», «sciancicato»). È evidente che l’autore non si è limitato a sostenere una idea di civiltà, ma l’ha saputa attizzare con una esuberante dote di scrittore.

Il romanzo prescinde dai confezionamenti livellanti. Lo si vede per esempio nell’assenza di un eroe, nella cui battaglia il lettore si sarebbe agevolmente identificato, o anche solo di un protagonista, che avrebbe dato alla narrazione un’impostazione classica; lo si vede anche in quello che forse è l’unico difetto del libro, ovvero una certa rigidità nella seconda parte, quando la disumanizzazione è compiuta e ogni capitolo aggiunge un’azione depravata. Tuttavia una scelta simile si può tollerare in un’opera originale, che certamente sarà apprezzata anche quando ci saremo allontanati dall’incredibile cronaca di questi anni.

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