Un Campiello caldissimo (di Bruna Mozzi)

(fonte)

Incontro con i finalisti del Campiello 2019: si parte alle 19:00 con una cena leggera a metà self-service a metà servita. Vino buono e sorrisi ovunque. Siamo a Cornuda al Ristorante le Corderie: ambientino caldo (sic!) e accogliente. Si sta tra la sala interna – più fresca –  e il piccolo giardino con terrazza ( a 36° C). Dopo un antipasto bio, una fettina d’arrosto con patate e un dolcetto tradizionale, a cena conclusa prende la parola Matteo Zoppas, Presidente della Fondazione Il Campiello ‐ Confindustria e a seguire poi Piero Luxardo, Presidente del Comitato di gestione del Premio. Parole di encomio per il lavoro che sta facendo la Fondazione e sull’importanza della cultura anche per il mondo dell’imprenditoria.

        Poi siamo tutti invitati ad entrare nella Tipoteca, il Museo della Stampa e del Design tipografico che vanta  50 anni di vita da quando i tre fratelli Antiga hanno dato vita alla azienda leader nel settore della tipografia e della grafica, della cartotecnica e dell’editoria. Meta raggiunta grazie anche ai 200 collaboratori che hanno sempre privilegiato l’aspetto umano, la collaborazione, la sostenibilità ambientale: grazie agli attenti investimenti è divenuta un’azienda certificata “green”.

      Varco la soglia della tipoteca: attraverso la porta girevole e mi ritrovo inondata dal forte odore di inchiostro che respiro a pieni polmoni e mi riporta nella lontana infanzia. Con mio padre giravo per le piccole aziende della Bassa Padovana. L’odore sembra quello dell’olio motore misto a qualcos’altro. L’altra sensazione piacevolissima è quella del fresco. Estraggo dalla borsa la mia pashmina passpartout e non me ne separo più per i seguenti 90 minuti. Tanto è il tempo dell’incontro con gli autori. La formula è quella della rotazione: nelle quattro sale si alternano quattro finalisti (uno, Pecoraro, è assente), ciascuno stimolato da un intervistatore under 25, scelti tra gli ex partecipanti a Campiello giovani o tra studenti benemeriti in Master dell’editoria o simili.

      Siamo nella sala al piano terra dove ho guadagno a fatica una seconda fila che mi permette di vedere bene gli autori. Comincia Giulio Cavalli che parla di distopia del Paese Italia. Colpisce col suo stile graffiante così come sorprende il suo libro “Carnaio”. Parla di caduta del valori e dell’etica, denuncia un’Italia innamorata degli spericolati, denuncia l’impossibilità di condannare chi ha paura. Nella dedica sulla mia copia mi scrive “resisti” che riassume tutto il senso del libro e del suo intervento.

      Segue poi Andrea Tarabbia, al suo quinto romanzo: presenta il suo “Madrigale senza suono” un volume raffinato e colto ambientato nel tardo Rinascimento e che ha come protagonista un contemporaneo e antagonista di Tasso, Gesualdo da Venosa e un omicidio.

       E’ la volta dell’unica donna finalista: Laura Pariani. La sua storia – Il gioco di Santa Oca – ha la cornice storica del Seicento milanese, dopo il periodo di ambientazione del romanzo manzoniano (lo nomina l’autrice). La Pariani parla di scrittura e afferma che ha scoperto da grande che il lavoro dello scrittore non va da dentro a fuori, non è mera esternazione di pensieri ed emozioni, ma va da fuori a dentro. Lo scrittore ascolta, guarda, osserva e poi trasmette.

        Per ultimo nella sala della “stamperia” Paolo Colagrande, autore de “La vita dispari”, una storia originale di un certo Buttarelli che vede male da un occhio, non vede la metà di sinistra delle cose, dei libri, della vita. Vede tutto sfasato. Un cannocchiale sfocato sul mondo quello di Buttarelli che rivela invece acute osservazioni dell’autore sulla vita e sull’uomo, che pare esser sulla terra quasi per errore.

Una dedica anche degli altri autori, una sigla, una data: Cornuda, 25 luglio 2019.

Ora ho voglia di cercare una Via di Fuga, no, non dagli autori…ma solo dal caldo che non dà tregua.

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