‘Collezione di storie” recensisce Carnaio

(fonte)

Non leggo di proposito i titoli candidati ai premi letterari: non compilo liste con i finalisti e non mi propongo di leggerli prima della premiazione. È innegabile tuttavia che alcune trame risultino particolarmente attraenti, e che tali libri si rivelino poi ottime letture: è stato per me il caso di “Resto qui” di Balzano, finalista al Premio Strega 2018, e di “Dal tuo terrazzo si vede casa mia“, raccolta di racconti di Elvis Malaj entrata in dozzina lo stesso anno.

Ora finalista al premio Campiello 2019, sono stata attratta da “Carnaio” di Giulio Cavalli, e appena disponibile in biblioteca me lo sono portato a casa.

Titolo: Carnaio

Autore: Giulio Cavalli

Anno della prima edizione: 2018

Casa editrice: Fandango

Pagine: 218

LA STORIA

Nella cittadina sul mare di DF, che vive principalmente di pesca, dalle onde arriva una sorpresa poco piacevole: cadaveri cominciano a riempire spiagge e strade, dapprima pochi per volta, poi a ondate di migliaia. Sono corpi altritutti corpi di uomini, dalle pelli scure, tutti della stessa corporatura, pressocché indistinguibili.

Qualcuno ipotizzò che fossero schiavi, selezionati tutti di identica corporatura per essere venduti in blocco, e non si sa mai abbastanza del grado di inciviltà di certi paesi che stanno a sud del mare e forse il carico era andato perduto, buttato al largo per salvare lo scafo, l’equipaggio, i carcerieri. 

La comunità di DF è dapprima disgustata, sconvolta, poi opta per la chiusura a tutto il resto del mondo e per una soluzione che appare impensabile: trarre un guadagno da quelli, da quei corpi portati dal mare.

COSA NE PENSO

Ispirato da una conversazione con un pescatore di Lampedusa che gli ha raccontato di come nelle reti gettate restino impigliati i cadaveri di migranti morti in mare, Cavalli porta all’estremo queste storie vere creando un incuboche ha tutte le carte in regola per sembrare realistico, nonostante i suoi sviluppi.

Noi non ci occupiamo delle persone che forse sono stati, non mi interessa, non ci interessa, non abbiamo il tempo e le risorse per impegnarci: ci occupiamo di quell’ammasso di carne, pelle, tendini, ossa, nervi e liquidi che hanno anche la forma di persona. Noi guardiamo la luna mentre gli altri vorrebbero indicarci il dito. 

Dopo una prima parte narrata in terza persona, che descrive il fenomeno, nella seconda si avvicendano le testimonianze dei residenti che esprimono in prima persona la loro opinione su quanto accade a DF. Il linguaggio non è affatto lontano a quello della politica a cui siamo abituati, e ben pochi personaggi sembrano aver conservato un briciolo di umanità nonostante dall’esterno di DF provengano critiche a gran voce. 

Sia chiaro, parlo a titolo personale, scrivetelo bene che questa non è mica un’intervista ufficiale, io sono una cittadina che esprime le proprie opinioni, una di quelli che ha studiato all’università della vita e non ho la pretesa di sapere il giusto o lo sbagliato su tutto, però so bene cosa è giusto per me e cosa è sbagliato per me, rivendico il diritto di farmi la mia idea senza ascoltare tutti questi professoroni che di mestiere ci manipolano il cervello.  

La soluzione più semplice è l’isolamento dell’intera città, il mettere fine alla dipendenza da uno stato che deruba -e anche qui è impossibile non cogliere iriferimenti a certi partiti oggi sulla cresta dell’onda che l’autore dissemina tra le pagine.

È una resilienza negativa quella di Cavalli, come lui stesso ha dichiarato in un’intervista a Radio 3: la capacità di adattamento dell’essere umano che si abitua a qualunque orrore, smettendo di considerarlo tale. Non importa quanti corpi si infrangano contro la barriera in plexiglass, invece di disgustare può diventare uno spettacolo.

Quando arrivano le onde, dico quando le onde ci portano i morti, si alza la marea, i vecchi si portano la seggiola per gustarsi lo spettacolo che ci sbatte contro, i giovani accendono il falò e ballano al ritmo delle teste contro il plexiglas, i papà portano i figli per mano, tutti questi morti una volta ci entravano in giardino, dicono i padri ai figli: l’ho fatta io, penso. 

Per non scendere poi nei dettagli di quanto i corpi di quelli diventino a DF una fonte di reddito -alcuni brevi capitoli della seconda parte non sono adatti a lettori troppo impressionabili… 

“Carnaio” è un romanzo coraggioso: ci si aspetta un romanzo sulle migrazioni contemporanee leggendo la seconda di copertina, e ci si ritrova per le mani un libro che attinge alla realtà trasformandola con le parole e portandola alle estreme conseguenze. Cavalli sa dare voce alla meschinità dei singoli, ai rari casi di ribellione davanti alle atrocità (che in un regime dittatoriale come quello in cui si trasforma DF sono ovviamente repressi). Gli altri, quelli, i corpi portati dal mare, restano muti: non sappiamo nulla di chi fossero prima di invadere DF -perché sì, qui di invasione si tratta- e non ottengono rispetto o riconoscimento neanche nella morte, anzi ci si ciba di loro, li si sfrutta per creare abbigliamento, arredi, come oggetti li si considera e li si riutilizza.

“Carnaio” è una storia disturbante, un incubo ad occhi aperti e una discesa nell’abisso dell’indifferenza umana; “Carnaio” è una storia di fantasia, certo, ma è impossibile non cogliere i riferimenti alla quotidianità che ogni giorno incontriamo nelle notizie e scegliamo di ignorare.

Lo stile di Cavalli è scorrevole, trascinante come la piena delle onde che trasportano i corpi fino a DF; i periodi sono spesso lunghi, ricchi di virgole, riproducono il discorso diretto in una sorta di flusso di coscienza molto efficace.

“Carnaio” concorre per il Premio Campiello: pur non potendo fare confronti con gli altri concorrenti, trovo che si tratti di un romanzo originale e meritevole, se non di un riconoscimento, di certo di maggiore attenzione.

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