ExLibris 20 recensisce Disperanza

La disperanza è qualcosa che insopportabilmente diventa sopportabile per lunghi periodi, uno status che può rimanere appiccicato anche per una vita intera.

Così la definisce Giulio Cavalli. È il vivere come una vergogna le proprie fragilità, in un mondo in cui conta solo mostrare i muscoli. È sentirsi come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.

Partendo dalla propria esperienza personale, l’autore racconta in Disperanza un fenomeno (la perdita di speranza e l’incapacità di parlarne) che da intimo, privato, è divenuto universale, collettivo e lo fa dando voce a chi è abituato a starsene in silenzio. Il suo appello sui social network (Ditemi quando avete perso la speranza) diviene l’occasione per portare a galla una sofferenza profonda, per rendere consapevoli i “disperanti” di non essere dei casi isolati, ma di potersi riconoscere quasi come comunità. E in questo senso il libro ha anche un valore catartico, perché “il primo passo per uscirne è riconoscersi non solo”, comprendere che “c’è un mondo che striscia in fondo alla brace tiepida del quotidiano, che ha le stesse ferite, gli stessi segni e li indossa nascondendoli”.

I “messaggi dei lettori”, le storie personali di ognuno, le loro confessioni intime sono innestate in un tessuto narrativo coerente, che riesce ad universalizzare le esperienze più private, costringendo il lettore a confrontarsi con se stesso e con le proprie paure e fragilità. Ne nasce un libro che ti prende allo stomaco, che tocca corde profonde, perché il desiderio inoppugnabile di farsi vincere dal sonno, lo sforzo necessario a staccarsi dal suo abbraccio per affrontare l’ineluttabilità di una giornata sempre uguale sono sensazioni che accomunano non solo i “protagonisti” del libro, ma anche molti lettori, quelli che vorrebbero soltanto sopravvivere, attraversare l’esistenza riducendo al minimo le occasioni di contatto con gli altri. Rifugiarsi nel sonno, nel silenzio, anche se a volte il silenzio fa paura.

Cavalli ha una straordinaria capacità di rendere con immagini incisive lo stato di sospensione di questi disperanti “gente che non si sposta, ma si fa spostare” che “potrebbero essere scambiati per soprappensiero, invece sono sottopensiero, incapaci di ridurre il pensiero a impulso”. I disperanti li riconosci, perché sono quelli che camminano come un marziano, come un malato, come un mascalzone; li vedi galleggiare nell’esistenza o, più spesso, non li vedi neanche, perché a caratterizzarli sono la mancanza di energia e la trasparenza. Allora ciondolano da un nonluogo a un altro, perché nessun luogo gli appartiene davvero e a nessuno essi appartengono, riempiono il tempo e lo spazio senza realmente occuparli, senza dare a queste dimensioni un senso reale.

L’incapacità di adeguarsi alla brama di successo degli altri, l’uscire dagli schemi di una società che ti chiede incessantemente di lottare e di arrivare e che, se non hai sufficienti energie da dedicare a questo scopo, ti dichiara inesorabilmente un fallito, fanno di te un reietto, un emarginato. Del resto “la caduta di umore e di energie, per i benpensanti, sono la fatica immaginaria di un malato immaginario che si accosta a una tristezza immaginaria solo perché non ce l’ha fatta”.

I disperanti non sono una categoria omogenea, sono giovani e vecchi, si disperano per se stessi e per i propri cari, o per il destino dell’umanità intera. Si perde la speranza per amore, per una malattia, per il lavoro o per la sua mancanza, per una situazione politica dalla quale non si vede una via di salvezza. Ma come si convive con l’aver perso la speranza?

Secondo Francesca “non si guarisce, la disperanza se ne va, in attesa che ritorni”.

Attraverso le diverse voci dei propri lettori, Cavalli costruisce una mappa della disperanza.

L’autore realizza i capitoli del suo libro cercando di raggruppare le esperienze di chi ha voluto condividerle in categorie basate, fondamentalmente, sulla causa scatenante di questa progressiva perdita di speranza. Per ogni categoria, nel tessere la trama che unisce le diverse esperienze raccolte in quest’antologia della disperanza, Cavalli sviscera, in un’analisi essenziale ma puntuale, le cause ultime di questi mali collettivi. I disperanti sono vittime di questo tempo e di questa società, che nella sua corsa verso l’affermazione, il successo, il profitto, lascia indietro i più fragili, i più sensibili o quelli che, semplicemente, si fermano a riflettere. L’esasperata precarietà del lavoro e degli affetti genera solitudine, tristezza, apatia. Una politica fondata sulla paura (del diverso, del futuro) produce affanno, angoscia, isolamento. “Viviamo in mezzo a gente che è tranquilla in un perimetro sempre più ristretto” afferma l’autore. La disperanza è il prodotto di una società che non contempla più il dubbio, la riflessione, la fragilità e taccia tutto di inadeguatezza, di incapacità, mandando avanti solo “quelli con i razzi al culo” (come dice una delle testimonianze raccolte).

La società dovrebbe salvarci dall’universo che ci ingoia. Ma chi ci salva dalla società?” si chiedeva Manlio Sgalambro.

Già, chi o cosa ci può salvare? Come si recupera la speranza? Probabilmente imparando a convivere con i momenti di umore più nero, cercando il conforto in quello che realmente ci sta a cuore e non nei modelli che ci vengono imposti, continuando a emozionarci, a indignarci. Divenendo, finalmente, fieri anche delle nostre fragilità

L’ultimo capitolo si intitola “Non credergli”. È da leggere e rileggere. E rileggere ancora.

È una cassetta per gli attrezzi già pronta ai bordi del letto, per apparecchiare ogni mattina una speranza”, per ricostruire il proprio mondo, la propria dimensione, per arrivare a guardare in faccia il demone. Un vademecum per affrontare la quotidianità. Per non arrendersi.

Fabio Sarno

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