Vitaminevaganti recensisce Carnaio

di Valeria Pilone

«Chi non si adatta diventa straniero. Chi è straniero diventa un impiccio, anche se un’ora prima era tua moglie, tuo fratello, tua figlia. […] Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità».
Il romanzo Carnaio di Giulio Cavalli è letteralmente quello che si può definire un pugno nello stomaco. Siamo in un’imprecisata cittadina di mare, D.F., al porto, dove il pescatore Giovanni Ventimiglia, che pratica la pesca da una vita, intravede un cadavere che galleggia nell’acqua. Sarà il primo di una lunga serie di cadaveri, di corpi letteralmente maciullati dall’ammollo in acqua, che si riverseranno su D.F. come una maledizione. Il sindaco e i suoi collaboratori chiedono aiuto al governo centrale di Roma per affrontare quella che si configura ormai come una vera e propria emergenza, ma Roma prende tempo e richiama all’ossequio delle norme nazionali, che prevedono accertamenti preliminari sui cadaveri. Non c’è tempo, però: le ondate di corpi rischiano di seppellire la cittadina e il sindaco decide di affrontare la situazione in totale autonomia.
Ciò che accade pagina dopo pagina è  sconvolgente: già dalle primissime battute la narrazione ti prende, non riesci a smettere, divori i capitoli in breve tempo, perché, mentre leggi, la storia insinua nel tuo cervello e nel tuo cuore una serie di interrogativi a cui vorresti trovare una certa risposta avanzando nella lettura, ma tutto ti spiazza. Lo stile è asciutto e impersonale, lo scrittore non è voce narrante che formula giudizi, ma fotografa così com’è la realtà distopica della città di D.F. Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima, intitolata I morti, vengono presentati in terza persona i ritrovamenti dei cadaveri e si paventano le prime soluzioni per gestire la situazione. Nella seconda parte, dal titolo I vivi, vengono messe in atto e consolidate le diverse strategie per garantire la sicurezza a D.F. e ai/le suoi/sue cittadini/e. Ogni capitolo è narrato in prima persona dai vari protagonisti della vicenda: il pescatore, il medico, la segretaria del sindaco, l’ingegnere, il commissario di polizia e sua moglie, lo chef, la conciatrice di pelli, l’addetta alla cultura, il capo della protezione civile, l’imprenditore… un caleidoscopio, dunque, di personaggi nei quali è difficile non ritrovare tante situazioni del nostro tempo. La terza e ultima parte, La fine, è l’epilogo della vicenda, che lascia la sua interpretazione alla nostra libertà, ponendo degli interrogativi profondi ed esistenziali.
Quella narrata in Carnaio è una realtà che ognuno/a di noi può ritrovare nella nostra odierna società o che può interpretare con altro metaforico significato. Il bello della scrittura di questa storia è che l’autore concede a chi legge la sua sacrosanta libertà di “pennachiana” ascendenza: qualsiasi lente lettrici e lettori vogliano usare, la violenza del pugno nello stomaco si avvertirà in tutta la sua crudeltà e necessità. Sì, perché Carnaio è un libro necessario, un libro che rivela quello che accade quando alla vita si sottrae il coefficiente dell’umanità e lo si sostituisce con il paradigma del cinismo, del profitto, dell’egoismo, dell’ipocrisia borghese del nostro tempo, che confonde l’umanesimo con il buonismo. Il finale acuisce il dolore del pugno che si riceve dopo aver scorso già le prime venti pagine, con una profezia che sconcerta per la sua sorprendente e cogente attualità. E, ancora una volta, la voce fuori dal coro che pone interrogativi spiazzanti è quella di una bambina, i cui occhi guardano la realtà senza i filtri corrotti dell’adulta: «abbiamo messo nel mare dei tubi […] per evitare che disturbino le altre città, le ho risposto. Ma come fanno a rubare la città se quando arrivano sono morti?».
La penna di Cavalli obbedisce magistralmente all’imperativo categorico della letteratura: provocare, interrogare, scioccare, profetizzare. Inutile dire che la lettura di questo libro è fortemente consigliata a chi oggi è ancora disposto a lasciarsi interrogare, a mettere in dubbio le granitiche e ataviche certezze che albergano nell’animo umano, a spostare il velo dell’ipocrisia e del perbenismo borghese che impedisce di guardare il mondo e le persone al di là della punta del proprio naso. 

Giulio Cavalli, Carnaio, Fandango libri, Roma 2018


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