“Il verbo leggere” recensisce Disperanza

(fonte)

Non lo leggerò: sono già abbastanza depressa di mio. Dopo aver dato un’occhiata alle uscite in libreria segnalate da Il mestiere di leggere, “liquido” subito Disperanza di Giulio Cavalli (Fandango Libri, 2020). Mi dimentico di questo titolo, o almeno, fingo di farlo. Mi ripeto che non ha senso leggere un libro dedicato a verità scomode che conosco già: grazie tante, ma mi sono resa conto da tempo di vivere in tempi crudeli, incerti e disperanti. Che senso ha mettere il dito nella piaga?

Penso che la questione sia chiusa. Illusa. Ormai dovrei saperlo che certi libri ti inseguono, che diventano fantasmi ineliminabili da cui non puoi sfuggire. Passano un paio di settimane. Ascolto Fahrenheit. Eccolo lì, riappare di nuovo, inatteso e indesiderato: Disperanza è il libro del giorno. Resto in ascolto per qualche minuto, solo per qualche minuto: non voglio leggere questo libro. Non voglio fare i conti né con quel groviglio di pensieri neri che non riesco a srotolare, né con le ansie che, come i mostri temuti dai bambini, sono in agguato sotto il mio letto.

Passa ancora qualche giorno. Disperanza appare nella lista degli ebook in offerta. Mi arrendo. Apro il lettore e inizio, quasi controvoglia, a leggere la prima pagina. Mi fermo. Rileggo. Dovevi proprio colpirmi al cuore, a tradimento? La voce di Giulio Cavalli, una voce gentile, si insinua subito sotto la mia pelle:

Nei periodi di buio la disperanza è una compagna molle che mi si attacca addosso, qualcosa contro cui è impossibile combattere perché mi è quasi consolatorio averla. Subisco mattine che mi chiedono solo che sia presto sera, scrivendo per mestiere me la ritrovo negli articoli o nei libri come quel brutto alone che lasciano le tazzine di caffè sui fogli.

La scrittura di Cavalli cattura immediatamente la mia attenzione: è vibrante, poetica, evocativa. Sul serio, come fa a scrivere così bene? Perché scopro solo adesso questo autore? Perché è scivolato fuori dal mio radar di lettrice? In queste pagine ritrovo qualcosa della solitudine di Saviano, un altro scrittore finito sotto scorta perché indagare la realtà e denunciarne le storture è un peccato capitale: lasciate lo sporco sotto il tappeto, per favore.

Che cos’è la disperanza di cui parla Cavalli? Esiste davvero questa parola?Consulto il primo dizionario online a disposizione. Sì, è una parola: è lo stato di chi è privo di speranza (Treccani). La si potrebbe definire come la “sorella minore” della disperazione, più tenue, ma cronica:

(…) qualcosa che insopportabilmente diventa sopportabile per lunghi periodi, uno status che può rimanere appiccicato anche per vite intere.

Proseguo la lettura e vengo presa dall’impulso irrefrenabile di sottolineare alcuni passaggi, di condividerli con qualcuno. Alcune frasi mi bruciano la retina e il cuore: sono troppo vivide, sono terribilmente veritiere. Disperanza è la fotografia impietosa di un tempo, il nostro, scandito dalla precarietà assoluta e dall’individualismo solitario. Queste pagine racchiudono l’essenza di giorni da cui bisogna difendersi:

Non sperare per non rischiare che possa andare peggio: la difesa a questo tempo è qualcosa che andrebbe raccontato con cura. 

(…) 

Esiste in sottofondo una fottuta paura di ascoltare i sintomi della tristezza altrui e poi ritrovarci dentro cose nostre: la speranza e la disperazione sono un campo che non si vuole esplorare per non fare i conti con se stessi.

Lo scrittore descrive la quotidiana disperanza di chi vive sottopensiero, di chi è costretto a ridurre il pensiero a impulso, sempre in riserva nel serbatoio della vitalità, di chi deve convivere con la depressione:

Ma sarebbe sbagliato credere che le persone sottopensiero siano sempre state così e siano per sempre così, è illusorio anche convincersi che i sottopensiero siano gli sconfitti per cause dipendenti dai loro meriti, dalle loro capacità e dalla loro volontà: nonostante questo tempo voglia dividere sconfitti e vincitori con un taglio netto come se ognuno meritasse il proprio destino – o l’assenza di opportunità di avere un destino – per rendere accettabile questa vasta periferia ai bordi delle autentiche possibilità, tutti noi, chi per qualche minuto chi per anni con rari momenti di riemersione, ci siamo ritrovati alla deriva senza un approdo e senza memoria del porto di partenza.

Cavalli mi conduce attraverso i gironi della disperanza, di questo limbo popolato da una varia e travagliata un’umanità: disoccupati ed eterni precari, malati, amanti feriti da amori sbagliati o negati, piccoli rifugiati sopraffatti dalla vita e disperanti disillusi dalla politica.

Il libro, da monologo, si trasforma in una narrazione coraleAscolto le testimonianze dei lettori che hanno deciso di condividere le loro storie, di raccontare la loro disperanza. Cavalli dà voce alle loro fragilità, le accetta e le abbraccia, rifiutando di sottostare alle regole di un mondo che ci vorrebbe sempre vincenti:

E invece bisogna essere forti, bisogna essere vincenti, bisogna essere sempre primi o nel gruppo dei primi, bisogna essere perfetti, belli, empatici, simpaticamente antipatici, eleganti, con la risposta sempre pronta, con le dita affusolate, con i pantaloni corti alla giusta lunghezza, con le camicie inamidate, con il sorriso sempre cortese (…).

La mia parte cinica mi ripete che non c’è niente di nuovo sotto il sole: in tanti si sono fatti paladini delle fragilità e in troppi hanno lucrato sulle sofferenze altrui. Mi rendo però conto che Cavalli non ha niente a che spartire con i venditori di dolore: possiede un’empatia rara. Non sbandiera la sofferenza: la mette in scena dandole dignità ed importanza, scegliendo con cura ogni parola. Forse ripete cose che so già, ma quelle cose hanno bisogno di venire ripetute e metabolizzate: io stessa credo nel diritto di essere fragili, eppure sono la prima ad avere una fottuta paura di mostrare le mie fragilità.

Riemergo da questa lettura immersiva, coinvolgente. Questo libro ora mi sembra terribilmente necessario. Il Covid ha reso ancora più evidente il disagio interiore che cova nelle budella della nostra società, ma non ha dato legittimità alla fragilità. Nei primi mesi di questa tempesta, abbiamo gridato che era giunto il momento di cambiare le cose, invece adesso non vediamo l’ora di tornare alla nostra disperante normalità. Il problema è che, al termine della burrasca, dovremo fare i conti con i relitti, con le nostre ferite emotive: ferite che andranno in suppurazione, se non impareremo a riconoscerle e a curarle.

Dovremmo prenderci cura di noi stessi e degli altri, ma ci manca la cassetta degli attrezzi per farlo. Disperanza potrebbe essere un punto di partenza, ma la voce di Cavalli, per riuscire a mettere in moto la speranza, dovrebbe arrivare anche a chi rinnega la fragilità. Chi condanna i disperanti non si rende conto che tutti gli esseri umani sono fragili: tutti noi abbiamo bisogno di aiuto per sopravvivere a questi tempi incerti.


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