Il dramma di Domenico Forgione: sbattuto 7 mesi in cella per una omonimia…

Domenico Forgione ha 47 anni e vive a Sant’Eufemia d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, un paesino di una manciata di migliaia di abitanti in cui si conoscono praticamente tutti. Laureato in Scienze Politiche con un dottorato di ricerca in Storia dell’Europa Mediterranea ha insegnato per molti anni all’università di Messina. Era consigliere comunale e il 25 febbraio 2020 finì in carcere con il sindaco Domenico Creazzo (accusato di voto di scambio), il vicesindaco Cosimo Idà (accusato di essere capo promotore ed organizzatore di una fazione mafiosa all’interno del locale di Sant’Eufemia d’Aspromonte), il presidente del consiglio comunale Angelo Alati. Gli arresti si inserivano nella più ampia inchiesta Eyphemos (a cui ne seguirà anche una seconda) ordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha portato a un totale di ben 76 imputati.

Con il tempo però le basi dell’inchiesta hanno cominciato a sfaldarsi: ad aprile dell’anno scorso il presidente del consiglio comunale Alati è stato rimesso in libertà dopo una sentenza di “inconsistenza indiziaria” del Tribunale del riesame di Reggio Calabria. A novembre è stata la volta di Cosimo Idà: i suoi avvocati, dopo aver richiesto diverse perizie, sono riusciti a provare che “u diavulu” di cui si parla nelle intercettazioni, non è lui. Il nome associato al soprannome in questione, che ai magistrati e agli investigatori era distrattamente sfuggito, non è il suo. «Possiamo dire che il nostro cliente è stato scagionato, sebbene avremo ogni certezza tra qualche giorno con la chiusura dell’indagine», avevano detto gli avvocati di Idà lo scorso novembre. Ulteriore beffa: Idà risulta tutt’oggi nella lista degli imputati.

A casa di Domenico Forgione le forze dell’ordine arrivano alle 3 di notte. Gli agenti gli chiedono di seguirli in Questura, lui è convinto che sia qualcosa di risolvibile nel giro di poche ore e avvisa sua madre che sarebbe stato di ritorno da lì a poco. Non andò esattamente così: il capo di imputazione è gravissimo. In alcune intercettazioni tra mafiosi ad un certo punto uno saluta il suo interlocutore con un “ciao Dominic” e “Dominic” è anche il soprannome di Forgione. Gli inquirenti non hanno dubbi. Inizia l’odissea. Due giorni dopo Forgione si ritrova di fronte al Gip, respinge tutte le accuse e fa notare la sua fedina penale assolutamente pulita e la sua vita specchiata, lui scrittore di saggi, studioso e apprezzato da tutti. Resta in carcere. Con il suo avvocato preparano una perizia fonica di parte da consegnare al Tribunale del Riesame, lui è convintissimo dell’evidenza di una voce completamente diversa dalla sua. La pratica viene valutata solo l’11 aprile ma i giudici respingono la perizia affermando che la qualità dell’audio non è buona. Capito? La qualità dell’audio è abbastanza “buona” per un arresto ma non è abbastanza “buona” per dimostrare la propria innocenza.

L’avvocato di Forgione non si arrende, chiede che sia un perito della Procura a fare tutti gli accertamenti che ritiene opportuni. Nel frattempo Forgione viene trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Venere, ammanettato mentre si reca in autogrill come un pericoloso criminale. Forgione rimane anche sconvolto per le situazioni in cui si ritrovano le carceri, racconta di avere visto acqua marrone scendere dalle docce, di avere avuto problemi alla pelle perfino mesi dopo la sua scarcerazione.

In cella insegna l’italiano a un arrestato nella sua stessa operazione. La scarcerazione avviene il 16 settembre, dopo 7 mesi: non è lui quell’uomo intercettato, non è sua quella voce. 7 mesi di carcere da mafioso per un innocente sulla base di un’omonimia detta veloce durante un saluto. Ora Forgione è libero, innocente ma la sua vita è cambiata: ha deciso di dedicarsi ai casi di malagiustizia con l’associazione “Nessuno tocchi Caino” e intende usare la sua voce per denunciare un sistema che in un secondo può stravolgerti la vita. È l’ennesimo caso, ancora. Dice di sentirsi tradito dallo Stato ma in fondo con la sua storia siamo stati traditi tutti, anche noi.

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